Ci lascia Bruno Contrada, capo della Squadra mobile di Palermo e numero tre del Sisde negli anni della guerra di mafia. Si è spento a 94 anni, la maggior parte dei quali vissuti fra atroci sofferenze per una persecuzione giudiziaria infinita, fino a quando la a Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, prima, poi anche la Cassazione, certificarono la sua totale estraneità ai fatti che gli erano costati anni di carcere ed un massacro mediatico senza precedenti. «L’antimafia, quella degli investigatori felloni e dei giudici in carriera – scriveva sul Foglio del 22 aprile 2023 Giuseppe Sottile – gli ha appiccicato addosso un’accusa di mafia. Che era una menzogna. E in base a quell’accusa lo ha incarcerato, umiliato e costretto per trent’anni a difendersi in processi senza capo né coda. Quell’antimafia gli ha rubato la vita».

Arrestato alla vigilia di Natale del ’92, condannato a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa, reato che la Cedu avrebbe poi dichiarato illegittimo, Bruno Contrada venne poi risarcito con somme irrisorie rispetto a trent’anni di sofferenza.

Il suo calvario è stato ricostruito nel libro appena uscito della giornalista d’inchiesta Rita Pennarola dal titolo La separazione copernicana delle carriere (Edizioni La Bussola). «L’8 giugno 2023, dopo una cruenta battaglia legale durata trent’anni, la Cassazione ha stabilito che Contrada dovrà essere risarcito dallo Stato. “Dopo anni — dichiara il suo difensore, l’avvocato Stefano Giordano — sono state poste in esecuzione le due sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’uomo che hanno sancito che il procedimento a carico di Contrada è stato fin dall’inizio illegittimo ed illegittima era la condanna. La Cassazione ha messo una pietra tombale ad un massacro mediatico e giudiziario vergognoso e putrido che ci ha portati alla vittoria finale. Siamo giunti a tale risultato finale soltanto perché Contrada è rimasto vivo, nonostante tutta la sofferenza inflittagli”».

E non era nemmeno finita! Nel libro la giornalista rivela un’ennesima indagine, recentissima, a carico di Contrada. «Oggi, che Contrada ha 94 anni, il suo nome spunta nella “nuova” indagine della Procura di Palermo sull’omicidio di Piersanti Mattarella, avvenuto il 6 gennaio del 1980. Contrada ha smentito categoricamente di aver mai saputo qualcosa sulla presunta sparizione del guanto che era nell’auto all’epoca dell’omicidio, circostanza che, fra le altre, a ottobre 2025 aveva portato all’arresto ai domiciliari dell’allora prefetto Filippo Piritore con l’accusa di depistaggio. “Non ho mai saputo del ritrovamento di un guanto nell’automobile usata dai sicari del presidente Piersanti Mattarella. Io all’epoca ero a capo del- la Criminalpol e dirigevo la Mobile ad interim, in attesa della nomina del capo, che poi fu Giuseppe Impallomeni, che fu portato dal questore Vincenzo Immordino. Non sono andato nel luogo dell’omicidio in via Libertà dopo il delitto”. Del resto, “La Procura di Palermo — ha aggiunto Contrada — non mi ha interrogato per le nuove inchieste sull’omicidio di Piersanti Mattarella. Ed io non mi occupai delle indagini”».

Chiudiamo con la sintesi resa oggi in suo onore dal Foglio. «Muore da incensurato, come aveva sempre voluto. “Presto o tardi passerò all’altro mondo”, disse, “e lo farò da incensurato, con un casellario giudiziale intonso, come si addice a un onesto servitore dello stato. A futura memoria.” Se la memoria ha un futuro».


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