Il 16 marzo di 48 anni fa veniva rapito in Via Fani dalle Brigate Rosse Aldo Moro. Nel giorno dell’anniversario, lo scorso lunedì 16 marzo, su iniziativa del presidente della Camera Lorenzo Fontana sono stati resi pubblici alcuni importanti documenti, finora secretati, che realizzò la Commissione d’inchiesta sul Caso Moro nel corso della XVII legislatura. Si tratta di 64 documenti e 3 resoconti si aggiungono ai 992 documenti liberi già accessibili, completando l’insieme dei resoconti, delle relazioni e delle registrazioni audiovisive dei lavori della Commissione Moro.

Fra i punti più controversi della tragica vicenda, il principale resta quello, mai chiarito, sul motivo per cui lo statista rimase illeso nella sparatoria che uccise tutti gli agenti della sua scorta. Paola Corsignano Carrieri, criminalista e perito balistico, in un’intervista del 2018 teorizzò la pista del blitz concordato con i terroristi tedeschi della Raf e di un tiratore scelto. «La tecnica d’assalto definita ‘cancelletto’ – spiegò – è tipica delle organizzazioni terroristiche tedesche. Diciamo poi che le armi degli uomini delle Br che aprirono il fuoco sulla Fiat 130 di Aldo Moro e sull’Alfetta di scorta si incepparono più volte, a conferma che si trattava di soggetti non avvezzi all’uso delle armi; nonostante tutto l’azione bellica durò appena 90 secondi».

Dopo la sparatoria furono ritrovati 91 bossoli: quindi 91 colpi erano certi, 91 traiettorie erano certe. Di questi 91 colpi, 49 sono stati esplosi da un’unica arma, così come altri 22 sono stati esplosi da un’altra unica arma e 45 colpi hanno raggiunto gli uomini della scorta. È quantomeno strano che nessuno di questi colpi abbia raggiunto Aldo Moro. Come è stato possibile che lo statista democristiano sia uscito illeso da questa pioggia di fuoco? 

Secondo alcuni ricercatori indipendenti, il motivo poteva essere un altro. In un libro che sarebbe dovuto uscire qualche anno fa, ma rimase poi privo di pubblicazione, veniva rivelato che Moro rimase illeso perché non era a bordo dell’auto in Via Fani, essendo stato già prelevato da agenti segreti prima, cioè all’uscita della messa mattutina.

Di certo, i lati oscuri restano tanti. «Nonostante i processi, le indagini della magistratura e il lavoro delle commissioni parlamentari d’inchiesta – dichiara il presidente della commissione Cultura della Camera, già consulente della commissione Mitrokhin, Federico Mollicone – permangono ancora troppe zone d’ombra sull’agguato di via Fani». Ad esempio, «non c’è ancora certezza sul numero e sull’identità di tutti i partecipanti all’operazione Fritz, nome in codice usato dalle BR per il blitz del 16 marzo. La scena del crimine è stata pesantemente alterata dalle tante bugie e omissioni degli ex brigatisti che h anno deciso di collaborare. Tutti gli altri hanno preferito l’omertà. Come ha giustamente sottolineato Giovanni Ricci, figlio dell’appuntato dei carabinieri Domenico, il cosiddetto Memoriale di Valerio Morucci è in larga parte inattendibile se non falso, soprattutto quando si afferma che in via Fani erano presenti 11 brigatisti. Vi sono, invece, plurimi e concordanti riscontri ed elementi probatori che smentiscono questa versione».

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