Lui l’ha definita “la vittoria della speranza”. Ma in che cosa dovremo sperare, dopo il risultato ottenuto dall’ex presidente della Bulgaria Rumen Radev alle elezioni parlamentari di ieri, quando il suo partito, Bulgaria Progressista, ha ottenuto la maggioranza assoluta in Parlamento, con circa il 45% delle preferenze e almeno 132 seggi dei 240 totali?

63 anni, ex generale dell’aeronautica militare, Radev è tuttora un esponente in pectore del Partito Comunista e come tale si posiziona, avendo confermato la sua critica veemente contro l’Europa e, soprattutto, la propria vicinanza allo zar Vladimir Putin.

Dimessosi all’inizio di quest’anno dopo nove anni dalla presidenza della Bulgaria per l’impossibilità di accedere ad un terzo mandato, Radov si è quindi candidato a queste elezioni parlamentari, sbandierando slogan anti-corruzione e promettendo una linea politica inequivocabilmente filo-russa e anti-europeista, tanto da essere stato definito “L’Orban di Sofia”. «Credetemi – ha dichiarato – una Bulgaria forte e un’Europa forte hanno bisogno di pensiero critico e pragmatismo. L’Europa è caduta vittima della propria ambizione di essere un leader morale in un mondo con nuove regole».

Resta il fatto che, dopo i lunghi anni della sua presidenza, la Bulgaria resta il paese più povero di tutta Europa. Basti ricordare che, secondo le rilevazioni Eurostat rese note lo scorso anno, nel 2024 la Bulgaria era all’ultimo posto, con il 30,3% della popolazione a rischio povertà, pari a 1,95 milioni di persone. Una crescita esponenziale rispetto all’anno precedente, quando il numero dei bulgari in condizione di povertà o di grave deprivazione sociale era pari a 1.325.900 persone. «L’incidenza della povertà in Bulgaria – si legge in un rapporto della Banca Mondiale – è particolarmente alta tra gli anziani e i bambini. Secondo recenti micro simulazioni, l’aumento dell’inflazione dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia ha annullato parte dei progressi precedentemente compiuti».

Euroscettico conclamato, nel 2025 Radev aveva guidato il fallito referendum sull’euro, sostenendo che per l’adozione di questa moneta unica ci fosse bisogno del consenso sociale. Già, specialmente in un Paese dove un terzo della popolazione vive in stato di povertà.

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