
Nella giornata nazionale che celebra la liberazione del nostro Paese dal nazi fascismo risuona, più che mai attuale, la grande lezione di Gaetano Salvemini, sostenitore dello Stato laico e democratico.
Storico antifascista, Salvemini descriveva il 25 aprile e la Resistenza come una guerra di popolo, attuata fra il 1943 e il 1945 grazie al sostegno attivo della popolazione rurale. Tutto ciò poté accadere perché «dietro gli uomini che rischiavano la vita nella lotta quotidiana contro i tedeschi e i fascisti v’era una seconda linea, estesa quanto il paese, che provvedeva a sostenerli, a finanziarli, a curarli», scriveva Salvemini. Per la prima volta nella storia d’Italia le popolazioni rurali parteciparono attivamente alla guerra civile, «mosse da una coscienza nazionale e sociale, confusa quanto si vuole, ma sicuramente orientata e pronta ad affrontare anche l’ultimo sacrificio». E quella fu anche la prima volta nella storia d’Italia in cui le donne comparivano come soggetti attivi sulla scena politica del paese.
Da quella linfa vitale così magistralmente descritta da Salvemini prendeva le mosse la nostra Repubblica. Uno Stato capace di poggiare le sue fondamenta su un pilastro fondamentale: l’istruzione. La giustizia sociale e il progresso dei cittadini, affermava Salvemini, si ottengono attraverso un’istruzione valida garantita per tutti. Nei suoi “Scritti sulla scuola” si batteva contro quelli che definiva studi nozionistici ed enciclopedici, che avrebbero portato ad una formazione dogmatica, frammentaria. «La scuola laica – scriveva Salvemini – è la scuola che chiami a sé i migliori uomini che siano disponibili sul mercato, senza badare se vestano la tonaca nera o se portino la cravatta rossa, affinché essi insegnino agli alunni non quello che essi o il governo credono sia la verità, ma in che modo, con la forza della ragione, con animo libero da pregiudizi e da preconcetti, ognuno debba cercare la verità»
Altro caposaldo del suo pensiero, ancor oggi molto sentito, è stato l’aspirazione ad un’Italia Federale, intesa come chiave per l’evoluzione economica e sociale del Meridione. «L’unità amministrativa d’Italia – scriveva Salvemini – è stata per il Mezzogiorno un disastro economico inaudito. Alcuni credono che l’accentramento sia un fattore inevitabile dello sviluppo urbano, mentre deducono che il decentramento sia possibile solo nei piccoli paesi».

Condivido e rilancio le analisi di Gaetano Salvemini, alla cui figura è intitolata la Fondazione che da vent’anni ho l’onore di presiedere. Da buon meridionale, orgoglioso delle mie origini, ripropongo anche la sua analisi sulle cause che determinarono – e in qualche modo tuttora determinano – l’arretratezza di molte regioni meridionali. «Se l’Italia meridionale non ha raggiunto lo stesso grado di sviluppo del settentrione lo si deve fondamentalmente a due motivi: 1) essa ha dovuto mettersi in moto da un punto di partenza molto più arretrato dell’Italia settentrionale, 2) il progresso ha dovuto e deve lottare non solo con tutte le forze conservatrici locali, ma anche con le condizioni disastrose fatte dall’Italia meridionale dall’accentramento finanziario e amministrativo dell’Italia monarchica».
Renato d’Andria
Presidente Fondazione Gaetano Salvemini





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