
Potrebbero finalmente diventare una realtà su tutto il territorio nazionale le “Case di Comunità”, presidi sanitari molto attesi, previsti dal PNRR, ma finora presenti a macchia di leopardo solo in alcune regioni del Nord.
Il Governo infatti accelera sulla riorganizzazione della medicina territoriale con una bozza di decreto legge presentata dal ministro della Salute Orazio Schillaci alle Regioni. L’obiettivo è far funzionare davvero le Case della Comunità, per rendere l’assistenza sanitaria più vicina ai cittadini, soprattutto ai pazienti fragili, come ha dichiarato lo stesso ministro. Il provvedimento, ancora in fase di confronto istituzionale, punta a cambiare il modo in cui si accede alle cure di base, senza abolire il medico di famiglia. Il decreto nasce dall’esigenza di rendere operativa la sanità territoriale prevista dal PNRR, superando un sistema ancora troppo centrato sugli ospedali. L’obiettivo principale è garantire continuità delle cure, presa in carico dei malati cronici e risposte più rapide ai bisogni quotidiani di salute. I pazienti troveranno in un unico luogo (le Case della Comunità, appunto) diversi servizi: medico di famiglia, infermieri, specialisti, supporto amministrativo e strumenti digitali per monitoraggi e controlli a distanza. Non solo visite occasionali, quindi, ma un percorso assistenziale continuo, pensato soprattutto per chi convive con patologie croniche o necessita di controlli frequenti.
Il medico di famiglia continuerà a esistere e il rapporto fiduciario con il cittadino non viene cancellato. Tuttavia, il professionista sarà sempre più integrato in una rete organizzata di servizi territoriali. La convenzione resta il modello principale, ma viene aggiornata con nuovi obblighi: presenza programmata nelle Case della Comunità, lavoro coordinato con altri professionisti sanitari, utilizzo di sistemi informatici condivisi e partecipazione a verifiche sulla qualità dell’assistenza.
Un altro cambiamento rilevante riguarda il modo in cui viene valutato il lavoro sanitario: non più solo numero di assistiti, ma “obiettivi” di salute raggiunti. L’intenzione dichiarata è spostare l’attenzione dalla prestazione singola alla cura complessiva della persona.
Le Case della Comunità diventano quindi, in quest’ottica, il punto di riferimento stabile per i cittadini, non un servizio aggiuntivo ma il fulcro della nuova assistenza di prossimità. Qui l’attività dei medici non sarebbe più facoltativa o incentivata, ma parte integrante dell’organizzazione sanitaria nazionale, con standard minimi comuni e servizi misurabili in tutto il Paese.
Le Regioni hanno chiesto di esaminare il testo definitivo, atteso nei prossimi giorni. Se l’iter procederà senza ostacoli, il decreto potrebbe arrivare in Consiglio dei Ministri già il mese prossimo.





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