
«La crisi iraniana ha messo in luce un problema più ampio: il commercio globale dipende da un numero sorprendentemente ridotto di stretti canali navigabili, definiti spesso “punti di strozzatura” marittimi». Lo scrivono gli analisti di The Conversation, per i quali «l’Iran ha insegnato ad altri Paesi, inizialmente involontariamente, che gli Stati che controllano un punto strategico marittimo cruciale possono esercitare un’influenza straordinaria sull’economia globale», come ha spiegato l’analista Joshua Kurlantzick.
Nei fatti, la guerra ha smascherato la minaccia, sempre incombente, di compromettere il commercio internazionale, il gigantesco movimento marittimo di merci e materie prime che connette il mondo. Viene stimato in oltre 11.500 miliardi di dollari il valore delle merci ed energia smistate ogni anno da migliaia di navi portacontainer e petroliere attraverso gli oceani. Il conflitto scatenato dagli Usa, e la conseguente risposta iraniana nel Golfo Persico, hanno sconvolto drammaticamente, i mercati energetici e logistici scatenando una serie di effetti a catena sull’economia globale e i mercati finanziari.
Ma non c’è solo la strozzatura forzata di Hormuz a pregiudicare l’economia mondiale. Qualsiasi interruzione dei punti strategici come il Canale di Suez, il Canale di Panama e lo Stretto di Malacca – spiegano ancora gli analisti – può causare ritardi significativi, costringendo le compagnie di navigazione a percorrere rotte più lunghe, come quella intorno al Capo di Buona Speranza, con conseguente aumento dei costi. Non solo per gli armatori, ma per famiglie e piccole e medie imprese, cope sta dimostrando il conflitto in corso degli Usa contro l’Iran. Non è un caso che la valutazione del rischio per i gli stretti sia rapidamente passato da «alto» a «molto alto», e in alcuni casi a livello «catastrofico». Il motivo è intuibile: l’80% del commercio globale in volume e oltre il 70% in valore si muove via mare.
Occupa, ormai da più di due mesi, la scena militare e mediatica: è lo Stretto di Hormuz. Posizionato tra l’Iran e l’Oman, collega il Golfo Persico al Mar Arabico. È uno degli imbuti più stretti al mondo – nel punto più angusto misura 39 chilometri -, ma al tempo stesso rappresenta l’unica via di transito marittima per un quinto delle forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto. Al suo controllo è legato l’esito della guerra in Iran.
Non meno fragile è lo stretto di fragile Bab el-Mandeb, su cui l’Iran esercita la sua influenza attraverso il suo principale alleato nella regione, gli Houthi. Posizionato tra lo Yemen e Gibuti, collega il Mar Rosso al Golfo di Aden, Bab el-Mandeb nel suo punto più stretto misura appena 32 chilometri. Attraverso la sua strozzatura, transita il 12% del commercio globale. Quando la rotta viene interrotta, come accaduto dopo gli attacchi dei ribelli yemeniti, le navi sono costrette a circumnavigare l’Africa.
Tradizionale snodo, assai più conosciuto, è il Canale di Suez che collega il Mar Rosso con il Mediterraneo, consentendo di “tagliare” di almeno dieci giorni i tempi di percorrenza tra Asia ed Europa. La via navigabile gestisce il 10% del commercio marittimo globale, inclusi il 22% del traffico container, il 20% delle spedizioni di automobili e il 10% del petrolio greggio. Controllato dall’Egitto, è considerato uno dei passaggi meno esposti a minacce geopolitiche. Tuttavia, la via navigabile non è immune agli incidenti, come dimostra l’incagliamento della nave portacontainer Ever Given avvenuto nel 2021. L’imbarcazione bloccò il canale per sei giorni, causando perdite commerciali per quasi 10 miliardi di dollari.
Nel Canale di Panama, che collega l’Oceano Pacifico e l’Oceano Atlantico, passa circa il 2,5% del commercio marittimo globale: una quota modesta, ma concentrata in merci di alto valore e strategiche come container, automobili e cereali. La rotta più trafficata al mondo è lo Stretto di Malacca: attraverso le sue acque transita il 24% di tutto il commercio marittimo globale, incluso il 45% del petrolio trasportato via mare e il 26% delle automobili. La sua rilevanza è strategia per i Paesi asiatici: Malacca è il principale punto di accesso attraverso il quale Cina, Giappone e Corea del Sud ricevono le loro importazioni energetiche. Quasi l’80% delle importazioni di petrolio della Cina passa da qui. Ma anche quest’area è afflitta dal flagello endemico della pirateria: nel 2025 sono stati registrati oltre 130 “incidenti”.





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