
«Nonostante le crescenti tensioni commerciali, l’inflazione e il conflitto in Medio Oriente, il FMI ha rivisto al rialzo le sue previsioni di crescita per gli Stati Uniti per il prossimo anno, mentre ha rivisto al ribasso quelle dell’Europa».
E’ uno fra i dati più significativi enunciato da Mario Draghi nel suo discorso di ieri ad Aquisgrana, dove è stato insignito per Premio Carlo Magno. Un riconoscimento con il quale si intende lanciare anche un forte segnale alle istituzioni europee. «Il rapporto Draghi sulla competitività va finalmente implementato», ha spiegato il presidente del premio, Armin Laschet. Tanto è vero, che nel corso della cerimonia, come corollario al riconoscimento, a Draghi è stato conferito un premio da un milione di euro, da devolvere in progetti europei.
Nella vasta platea che ha accolto il riconoscimento a Draghi con un lungo applauso erano presenti, tra gli altri, la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen e, per l’Italia, il ministro per gli Affari Ue Tommaso Foti.
Riportiamo alcuni passaggi chiave del discorso di Mario Draghi, un percorso tracciato all’Europa per superare le attuali difficoltà nei rapporti con l’alleato storico statunitense, ritrovare compattezza e, soprattutto, non ripetere gli errori del passato.
LE SFIDE PRINCIPALI
Dal 2020, gli shock esterni si sono susseguiti uno dopo l’altro, ciascuno aggravando il precedente e restringendo ulteriormente lo spazio per l’esitazione. Stiamo ancora assorbendo i dazi da parte del nostro principale partner commerciale, a livelli senza precedenti da un secolo a questa parte. Da ultimo, la guerra in Medio Oriente ha riportato l’inflazione nelle nostre economie e l’ansia nelle nostre famiglie. Anche quando lo stretto di Hormuz riaprirà, le fratture inferte alle catene di approvvigionamento potrebbero estendersi per mesi o anni.
Questi shock sarebbero difficili in qualsiasi circostanza. Ma arrivano proprio nel momento in cui il bisogno di investimenti dell’Europa è diventato enorme. La precedente stima di circa 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva è salita, con gli impegni in materia di difesa degli ultimi anni, a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno in media.
La crescita è quindi la precondizione per tutto ciò che l’Europa dice oggi di dover fare: finanziare la transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società che invecchiano.
I RAPPORTI CON GLI STATI UNITI
Il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista.
Al di là dell’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i custodi dell’ordine postbellico restino impegnati a preservarlo. Decisioni dalle profonde conseguenze per le economie europee vengono prese sempre più unilateralmente, ignorando le regole delle quali gli Stati Uniti un tempo si facevano paladini. E per la prima volta dal 1949, gli europei devono fare i conti con la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate.
I CAMBIAMENTI NECESSARI IN EUROPA
All’esterno, abbiamo smantellato le barriere commerciali, accolto le catene di approvvigionamento globali e costruito la più aperta delle grandi economie mondiali. All’interno, però, non abbiamo mai praticato pienamente l’apertura che predicavamo: abbiamo lasciato incompiuto il mercato unico, frammentati i mercati dei capitali, i sistemi energetici insufficientemente connessi e ampie parti della nostra economia avviluppate in strati di regolamentazione.
C’è dell’ironia in tutto questo. L’Europa si è affidata ai mercati per svolgere un lavoro che l’autorità politica comune non era stata messa in condizione di compiere. A quei mercati, però, abbiamo negato la scala continentale di cui avevano bisogno per avere successo. Il risultato è stato non una vera economia di mercato, ma un’economia asimmetrica. E da questa asimmetria derivano molte delle vulnerabilità che l’Europa si trova oggi ad affrontare.
La prima vulnerabilità è la nostra esposizione alla domanda esterna. Le imprese europee sono state spinte verso l’esterno in cerca della crescita che l’Europa stessa non riusciva a fornire. Dal 1999, il commercio in percentuale del PIL è salito dal 31% al 55% nell’area euro. Negli Stati Uniti e in Cina, al contrario, si è a malapena mosso. Gli uni e l’altra restano molto meno esposti al commercio.
La nostra sensibilità ai cambiamenti nelle politiche americane e cinesi non è quindi semplicemente una sfortuna imposta dall’esterno. È il riflesso del nostro stesso fallimento nel costruire un mercato interno sufficientemente profondo.
La seconda vulnerabilità è la nostra crescente dipendenza strategica. Nessuna economia avanzata può eliminarla completamente. Anche gli Stati Uniti hanno le loro esposizioni, anche in materia di minerali critici. Ma la posizione dell’Europa è di un ordine diverso.
Se avessimo adottato le misure necessarie per integrare la nostra economia, i mercati dei capitali avrebbero incanalato una quota maggiore dei risparmi europei verso il rischio produttivo interno. L’energia si sposterebbe più liberamente attraverso i confini, supportata da reti, interconnettori e stoccaggi. La decarbonizzazione sarebbe più alla nostra portata, e le nostre economie meno sensibili agli shock dei combustibili fossili: dall’inizio del conflitto in Iran, i cittadini dei paesi con quote più elevate di energia pulita hanno pagato, in media, circa la metà dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità rispetto a quelli con quote inferiori.
Ma l’Europa ha scelto un percorso più difensivo. Abbiamo cercato di tenere a bada le perturbazioni. Abbiamo limitato il consolidamento, vincolato il rischio e rinviato gli investimenti transfrontalieri. Ma il risultato non è stato un maggiore controllo. È stata la dipendenza.
Oggi, metà del capitale investito attraverso i fondi europei rifluisce negli Stati Uniti, dove sia i rischi che i rendimenti sono maggiori. Dipendiamo dall’America per il 60% delle nostre importazioni di GNL. Persino nelle tecnologie pulite, l’Europa non riesce ancora a dispiegare la sua transizione verde su larga scala senza aumentare la dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi.
LA CORSA ALL’I.A.
La terza debolezza, e forse la più importante, è il deterioramento della posizione dell’Europa nelle tecnologie che definiranno il prossimo decennio.
Dal 2019, il divario di produttività oraria tra l’Europa e gli Stati Uniti si è ampliato di 9 punti percentuali, a parità di potere d’acquisto e a prezzi costanti. Questo non misura, di per sé, le differenze nel tenore di vita. Ma indica una crescente divergenza nella capacità produttiva, che riflette non solo le maggiori dimensioni del settore tecnologico americano, ma la più profonda digitalizzazione delle imprese e dei flussi di lavoro negli USA.
L’intelligenza artificiale si aggiunge ora a quel divario.
Gli scenari dell’OCSE suggeriscono che circa la metà della crescita della produttività nel prossimo decennio potrebbe derivare dall’IA e dalla sua diffusione nell’economia. In nessun momento, nella memoria recente, una parte così grande del nostro futuro economico è dipesa da una singola trasformazione tecnologica.
Ma l’IA non è semplicemente l’ennesimo strumento digitale da adottare. Richiede una mobilitazione industriale su una scala mai vista da generazioni: enormi investimenti in energia, semiconduttori, infrastrutture di calcolo e capitale. E qui l’Europa è in ritardo.
Gli Stati Uniti sono avviati a spendere circa cinque volte più dell’Europa nella costruzione di data center entro il 2030. La Cina si sta mobilitando su scala analoga. Se l’Europa volesse eguagliare quell’ambizione, la domanda di energia potrebbe aumentare del 20-30% rispetto ad oggi.
L’Europa possiede i risparmi, i talenti e il potenziale energetico latente per competere in questa trasformazione. Ma le stesse barriere e vincoli che hanno prodotto la nostra esposizione e le nostre dipendenze ci impediscono ora di mobilitarci alla scala che il momento richiede.
Questo non è un divario che possiamo permetterci di lasciar allargare. A differenza dell’elettricità o di internet, l’IA migliora con l’uso. Ogni ciclo di implementazione genera i dati e le capacità che rendono il ciclo successivo ancora più potente. Le economie che combineranno per prime questi vantaggi si porteranno avanti in modo permanente.
Tutte e tre le conseguenze rimandano alla stessa fonte. L’Europa si è aperta al mondo senza completare il mercato al suo interno. È diventata troppo dipendente dalla domanda estera, troppo dipendente da capacità controllate altrove e troppo frammentata per mobilitare la propria stessa scala.
La domanda ora è come correggere questo squilibrio. In tutta Europa, stanno emergendo risposte diverse.
La lezione è che la durezza esterna richiede profondità interna. All’interno dell’Europa, gli Stati membri differiscono significativamente per profondità di integrazione. La ricerca della BCE suggerisce che, se tutti si avvicinassero al livello già raggiunto da chi oggi fa registrare le performance migliori, i guadagni di benessere a lungo termine potrebbero superare il 3%, circa quattro volte l’impatto sulla crescita previsto da dazi americani più elevati.
“Made in Europe” dovrebbe essere visto anche in quest’ottica: come un modo per utilizzare la domanda europea in modo più deliberato. Dovrebbe offrire alle industrie con orizzonti di investimento lunghi, come semiconduttori, tecnologie pulite e difesa, un mercato abbastanza grande e stabile da investire qui. Senza una propria domanda, l’Europa non può sostenere una postura credibile all’estero.
CAMBIO DI PASSO CON GLI USA
Il cambiamento di atteggiamento americano sulla sicurezza europea non dovrebbe essere visto solo come un pericolo. È anche un necessario risveglio. Se gli Stati Uniti chiedono all’Europa di assumersi maggiori responsabilità per la difesa del nostro continente e dei nostri vicini, allora l’Europa deve anche acquisire maggiore autonomia nel modo in cui quella difesa è organizzata, e con quell’autonomia verrà una maggiore forza nelle sue relazioni commerciali ed energetiche.
Questo non deve indebolire la relazione transatlantica o la NATO. Al contrario, porrebbe entrambe su basi più solide. Un’Europa in grado di difendersi potrebbe persino essere un alleato più prezioso. E una partnership fondata sulla forza reciproca sarà sempre più matura di una fondata sulla dipendenza asimmetrica.
Per l’Europa stessa, l’opportunità è sostanziale. Assumersi maggiori responsabilità per la nostra difesa significa anche ricostruire la base industriale e tecnologica da cui quella difesa dipende. La R&S europea nel settore della difesa è appena un decimo dei livelli americani. I governi europei spendono da 40 a 70 miliardi di euro l’anno in armi americane, e il nostro fallimento nel consolidare la domanda spreca ulteriori 60 miliardi in economie di scala mancate.





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