Come era stato annunciato dal ministro della Difesa Guido Crosetto, sono partite questa mattina dal porto siciliano di Augusta le due navi cacciamine Crotone e Rimini, specializzate nelle operazioni di bonifica da mine e ordigni subacquei. Ad anticipare la missione era stato mercoledì in Parlamento lo stesso ministro Crosetto: «Nel momento in cui dovesse aprirsi uno scenario di pace, alle unità navali dei Paesi alleati servirebbe quasi un mese di navigazione per raggiungere il Golfo. Per questo, in via precauzionale, stiamo predisponendo il posizionamento di due cacciamine in un’area più vicina allo Stretto di Hormuz».

Data la velocità limitata delle due unità, il viaggio verso l’eventuale area operativa nel Golfo potrebbe richiedere circa un mese, comprese alcune soste tecniche lungo la navigazione. La prima destinazione operativa è Gibuti, dove l’Italia dispone di una base militare strategica lungo una delle principali rotte marittime globali: il corridoio che collega il Mediterraneo al Golfo Persico e all’Asia attraverso il Canale di Suez.

Guardando all’equipaggio, la Marina militare fa sapere che Il Crotone conta ufficialmente 44 membri, mentre il Rimini arriva a circa 50 marinai tra ufficiali, sottufficiali e personale tecnico. A questi si aggiungono spesso nuclei specializzati del Gruppo Operativo Subacquei (GOS) del COMSUBIN.

Si tratta di equipaggi molto diversi da quelli delle grandi navi da combattimento. Ogni marinaio riceve una formazione altamente tecnica: analisi sonar, operazioni subacquee, gestione di droni marini, guerra elettronica, sicurezza esplosivi e cartografia dei fondali. Le operazioni richiedono infatti tempi lunghi, concentrazione costante e precisione assoluta. Un errore durante l’identificazione di una mina può compromettere l’intera missione.

La vita operativa è particolarmente impegnativa. Durante le missioni NATO o UE gli equipaggi restano in mare per settimane o mesi, lavorando in turni continui. Le operazioni di bonifica vengono spesso eseguite in aree ad alta tensione geopolitica, dove la minaccia non è soltanto rappresentata dagli ordigni subacquei ma anche dal rischio di escalation militare.

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