Potrebbe sembrare solo una convention musicale. Ma l’Eurovision Song Contest 2026 andato in scena ieri sera nelle tv di mezzo mondo è molto di più. La politica internazionale ha dominato fin dall’inizio, con il ritiro di cinque Paesi dalla competizione (Spagna, Paesi Bassi, Irlanda, Islanda e Slovenia) in segno di protesta contro la partecipazione di Israele alla gara. Ha fatto bene, o male, l’Italia a scegliere di non disertare l’evento? Il dibattito è andato avanti per settimane, alimentato nelle ultimissime ore dalla scelta di Gianmanco Mazzi, ministro del Turismo, di volare a Vienna per la finale, esprimendo così il suo sostegno a Sal Da Vinci, rappresentante del nostro Paese.

Ho ritenuto fin dall’inizio che sia stata una scelta giusta, quella fatta dall’Italia, nel segno di valori artistici dal linguaggio universale, che dovrebbero superare barriere e conflitti. E in tal senso avevo già sostenuto la posizione di Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, che ha suscitato aspre polemiche per non aver escluso il padiglione della Russia.

Devo dire che oggi, considerando la classifica finale della kermesse, qualche perplessità mi sorge: non dal punto di vista politico, bensì per la scarsissima qualità, a mio giudizio, del brano vincitore, ed anche della nazione che lo ha presentato in gara. Sto parlando della Bulgaria, classificatasi prima con la cantante Dara e il suo incomprensibile, martellante “Bangaranga”.

Qualcuno potrebbe interpretare questa vittoria come un segno di riscatto per uno stato che è tuttora il più povero fra i partner dell’Unione Europea. Ricordo solo che le stime ufficiali Eurostat mostrano come in Bulgaria, fanalino di coda, oltre il 30 per cento della popolazione non riesce nemmeno a soddisfare i bisogni primari in termini di alimentazione, sanità, servizi. I dati raccolti dell’agenzia demoscopica Sova Harris mostravano che ben il 69,8% dei cittadini adulti ammette di temere di non riuscire a soddisfare i propri bisogni primari, a causa soprattutto di un’inflazione galoppante. E due terzi della popolazione si sentono ‘sull’orlo del baratro’. In questo contesto, ad aprile le elezioni politiche erano state vinte da Rumen Radev, attuale primo ministro nonché alleato di ferro dello zar Vladimir Putin, come vi avevamo documentato su queste colonne.

Merita una riflessione anche il secondo posto della classifica Eurovision, che è andato proprio a Israele. E non solo perché il brano, Michelle, ha conquistato il podio meritatamente, dal punto di vista musicale. Va ricordato che il cantante, Noam Bettan, ha vissuto blindato per tutta la durata del Festival per il timore che ha circondato la sua incolumità, dopo le manifestazioni contro Israele che si sono susseguite. Liberatorio l’urlo di Bettan dopo la performance: “Am Yisrael Chai”, ossia “Il popolo di Israele vive”.

La forza e la resilienza del popolo israeliano non devono essere gettate come stracci nel calderone delle proteste, sacrosante, per le deprecabili azioni belliche del governo israeliano contro il popolo palestinese. Da sempre, come portatori degli ideali Social Democratici, qui cerchiamo di affermare processi di pacificazione, non c’è stato solo un giorno in cui non ci siamo uniti idealmente alle preghiere di Papa Francesco, prima, e di Leone XIV oggi. Tuttavia, e sarà bene ribadirlo anche in questa occasione, le colpe dei governi non devono ricadere sui popoli, troppo spesso a loro volta vittime, non artefici, di scelte sanguinarie dei governi in carica.  

RENATO D’ANDRIA

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