
La conferma è arrivata in queste ultime ore: al G7 che si apre domani a Evian, in Francia, sarà presente anche Donald Trump, la cui presenza era data per incerta fino all’ultimo. Ed è principalmente al presidente americano che dovranno essere rivolte le parole del mondo cattolico, a cominciare dalla potente invettiva lanciata da Papa Leone prima di lasciare Tenerife: «Fermatevi! Convertitevi! Dovrete comparire dinanzi alla giustizia divina!».
Ciò che sta accadendo in Iran, le stragi che devastano il Libano, non possono trovare alcuna giustificazione, non è concepibile che vengano ammantate con la parola “pace”: nulla di più falso e beffardo.

«In un’epoca storica segnata da conflitti armati, fratture geopolitiche, crescenti disuguaglianze, sfide climatiche e mutamenti tecnologici, il fondamento dell’azione politica ed economica deve essere sempre la dignità di ogni persona umana». Alla vigilia del Vertice che si apre domani, scendono in campo anche i rappresentanti delle Conferenze episcopali cattoliche di Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti, lanciando un accorto appello ai capi di Stato e di governo.
Sono le stesse ore in cui, secondo l’annuncio dato ieri dal presidente Trump, dovrebbe essere siglato l’atteso documento d’intesa tra Stati Uniti e Iran. Ma la cautela è d’obbligo.
Già, perché se ci dovessimo affidare a quanto riportato nelle ultime settimane dalle agenzie di stampa o dal sito d’informazione statunitense Axios, la guerra sarebbe finita da molto tempo. Lo stesso ragionamento di Giorgia Meloni giovedì scorso durante le sue comunicazioni in Parlamento in vista dei prossimi summit internazionali, in cui, pur ribadendo il convinto sostegno dell’Italia agli sforzi diplomatici in corso per trovare una pace, la premier ha definito «altalenante» e «fragile» il negoziato in corso tra Usa e Iran.
Si starebbe intanto lavorando ad un bilaterale fra la premier italiana e l’inquilino della Casa Bianca, che non si sentono da tempo. Almeno da quando Trump ha attaccato frontalmente l’Europa per il suo presunto immobilismo. Tanto che ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dovuto ribadire che «non eravamo, non siamo e non saremo in guerra con l’Iran», non senza ricordare che Italia e Europa «sono presenti per garantire il traffico marittimo nel Mar Rosso con le missioni Aspides e Atlanta».
Da domani in poi, il calendario di Giorgia Meloni è fittissimo. Dopo il G7 del 15-17 giugno, infatti, è in agenda il Consiglio Ue del 18-19 giugno, con il controverso ingresso dell’Ucraina nell’Ue tra i principali nodi sul tavolo. A seguire, il 22 o 23, a Berlino è in programma un vertice su Kiev nel formato E5 (Francia, Germania, Italia, Polonia, Regno Unito), mentre il 25 giugno si terrà ad Antibes (in Costa Azzurra) il vertice intergovernativo Italia-Francia.
Quanta speranza riporre nella lunga, consistente sequenza di questi incontri, è difficile dirlo. L’Italia farà sicuramente la sua parte nell’accelerare sulla via negoziale, come ha sempre fatto finora. Quello che si dovrà capire, allora, è se gli altri membri del G7 (Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, e Stati Uniti), in particolare Usa, GB e Francia, riusciranno a fare proprio l’appello che arriva dal cuore del cattolicesimo. E a tradurlo in azioni concrete di pace.
Renato d’Andria





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