Approda oggi in plenaria a Strasburgo per il voto finale dell’Europarlamento il nuovo regolamento europeo sui rimpatri degli stranieri irregolari nell’Unione. Un successo ampiamente rivendicato da Palazzo Chigi, visto che il Return Regulation, che rafforza il sistema previsto dal Patto Migrazione e Asilo entrato in vigore il 12 giugno, è frutto soprattutto del lavoro di tessitura e relazioni dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.

Qualcuno, però, non rinuncia a metterci il cappello, come spesso accade in casi simili. Solo due giorni fa, in occasione del via libera al provvedimento in commissione Libertà civili del Parlamento europeo, Roberto Vannacci ha provato a prendersene i meriti con un video girato al momento del voto, in cui associa al provvedimento una delle parole chiave del suo decalogo: la “remigrazione”. Forse dimentica, il presidente di Futuro Nazionale, che quella approvazione è frutto di un paziente negoziato, durato anni. A cominciare dal lavoro del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che, promuovendo una serie di incontri, vertici bilaterali e trilaterali e trattative, ha spinto in Europa la linea del governo Meloni, supportato dalle forze di maggioranza, cioè Fdi, Fi e Lega, le stesse forze politiche alle quali Vannacci oggi cerca di strappare voti.

I “return hubs”, previsti dal nuovo regolamento, l’Italia di Giorgia Meloni li ha coraggiosamente anticipati oltre due anni fa, siglando il protocollo con Tirana e realizzando gli hub in Albania. Tanto che il gruppo dei Conservatori europei considera il rafforzamento delle procedure di rimpatrio uno dei risultati più significativi ottenuti sul fronte migratorio. Ed è stato solo grazie a questo paziente lavorio, che alla fine Francia, Spagna e la maggioranza dei paesi Ue si sono allineati alla posizione italiana.

La domanda allora è semplice: dov’era Vannacci mentre l’esecutivo italiano, tassello dopo tassello, portava a casa questi risultati?

In Italia, intanto, il governo ha affrontato e risolto anche il problema del compenso agli avvocati dei migranti da rimpatriare, che era stato avanzato in un primo momento. Con il via libera definitivo della Camera al decreto legge sui rimpatri volontari assistiti è stato infatti modificato l’emendamento che prevedeva, tramite il Consiglio nazionale forense, l’erogazione di 615 euro agli avvocati che forniscono assistenza allo straniero che accetta un rimpatrio assistito, dopo l’effettiva partenza. Il testo approvato prevede la stessa cifra, erogata non dopo la partenza del migrante bensì al termine dell’iter del provvedimento. Ora toccherà al Viminale chiarire requisiti e criteri per l’erogazione dei compensi.

Published by

Rispondi

Scopri di più da L'UMANITA' - Organo del Partito Socialdemocratico Italiano

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere