Sono trascorsi esattamente dieci anni. Era il 23 giugno del 2026 quando il Regno Unito, chiamato alle urne, espresse quel verdetto che nessuno, forse nemmeno chi lo aveva voluto, si aspettava davvero. La Brexit, l’uscita dall’Unione Europea, vinse con il 51,89% dei voti, contro il 48,11% del “Remain”. Uno shock collettivo travolse la capitale britannica fin dal giorno in cui fu reso noto il risultato, era il 24 giugno.  

Dieci anni dopo un altro premier abbandona Downing Street prima del previsto. Keir Starmer paga il conto sicuramente degli errori politici commessi, ma anche e soprattutto di un’economia che da quel referendum in poi ha vissuto sempre con il freno a mano tirato da esecutivi sempre più deboli, mentre fra la popolazione cresce il rimpianto dell’Europa, mentre di quel sogno d’indipendenza e ricchezza sbandierato dal “leave” non è rimasto quasi niente.

Sono i numeri a parlare chiaro ed a svelare le ragioni di un malessere che i cittadini britannici avvertono nella vita di tutti i giorni. L’economista Nick Bloom dell’Università di Stanford ha pubblicato recentemente una ricerca sul National Bureau of Economic Research, secondo cui il Pil pro capite britannico è tra il 6% e l’8% più basso rispetto a quello che sarebbe stato senza la Brexit.  Con investimenti scesi del 12-13%, anche l’occupazione e la produttività ne hanno risentito, non tanto per le minori relazioni commerciali con Bruxelles, ma per la. Crescente incertezza economica, che ha frenato le decisioni delle imprese e rallentato l’adozione di nuove tecnologie.

A rincarare la dose, poi, ci ha pensato l’Office for Budget Responsibility, che stima una perdita permanente di produttività pari al 4% rispetto allo scenario in cui il Paese fosse rimasto nel mercato unico. Le nuove barriere hanno aumentato i costi per le aziende esportatrici e ridotto l’efficienza delle catene di fornitura, tanto che, a breve termine, esportazioni e importazioni potrebbero risultare inferiori di circa il 15% rispetto ai livelli del mercato unico europeo. Senza contare il fatto che la sterlina non è mai tornata ai livelli pre-Brexit, erodendo il potere d’acquisto dei britannici all’estero e lasciando le famiglie mediamente più povere di migliaia di sterline l’anno.

Tutti problemi che si candida ad affrontare Andy Burnham (nella foto), sindaco laburista di Manchester nonché ex ministro di Blair e Brown, puntando su reindustrializzazione, welfare e lotta alle disuguaglianze territoriali, anche per arginare l’ascesa del Reform Uk di Nick Farage.

56 anni, figlio di un tecnico dei telefoni e di una centralinista, Andy studia in una scuola cattolica prima di aderire, giovanissimo al movimento laburista. Laureato in Letteratura inglese a Cambridge, padre di 3 figli, è da sempre un politico di professione. Nel 2001 entra come deputato alla Camera dei Comuni. Benché attivista della corrente della “soft left” laburista, si adatta agli slogan pro mercato di Tony Blair, fino a diventare sottosegretario. Diventa poi ministro alla Cultura e alla Sanità nel governo di Gordon Brown ma, dopo la sconfitta elettorale del 2010 e il ritorno all’opposizione, tenta più volte la corsa alla leadership senza successo.

Negli anni della Brexit Burnham si dichiara apertamente contrario all’uscita dall’Unione Europea, tanto che oggi fa balenare un possibile scenario di rientro nell’Ue fra 20-30 anni.

Il successo, quello vero, arriva nel 2027, quando lascia Westminster e conquista la poltrona di sindaco-governatore di Greater Manchester. Viene eletto per ben due volte con larga maggioranza, tanto da meritarsi l’appellativo di “King of the North”, fino ad affermare il cosiddetto “modello Manchester”, una ricatta a base di innovazione, re-industrializzazione e sul boom immobiliare, anche in collaborazione col business privato., sempre però affermando di una forte mano pubblica in ambiti come l’educazione, i servizi pubblici o il trasporto.

Per il dopo Starmer, l’uomo che ha riportato il Labour al governo, si guarda quindi a Burnham, che ambisce a rappresentare la fase successiva: quella di dare maggior potere alle periferie del Paese. «La sua capacità di parlare all’Inghilterra delle città post-industriali – commentano nella capitale britannica – rende oggi il sindaco di Manchester uno dei politici più osservati d’Europa».

Ma di sicuro, dopo la vittoria nel collegio di Makerf e il ritorno in Parlamento, lo aspetta una sfida ben più difficile: rilanciare un partito in crisi e il governo nazionale.

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