Le parole più nette, nella bagarre politica che ieri ha tristemente segnato l’anniversario della strage di via D’Amelio, sono arrivate da Lucia Borsellino, avvocato, figlia del magistrato ucciso dalla mafia 34 anni fa. «Ringraziamo e siamo al fianco di quelle istituzioni (la Procura di Caltanissetta, la Commissione parlamentare Antimafia) che stanno dispiegando tutte le loro energie per riuscire a restituire a tutta la società civile, e non solo a noi familiari delle vittime di mafia, questo fondamentale contributo di conoscenza, che non è un’azione meramente accusatoria o repressiva ma, soprattutto, culturale», ha scritto.

Di tutt’altro avviso Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, che ha attaccato frontalmente in governo, chiedendo a Giorgia Meloni di smettere di richiamarsi al magistrato ucciso dalla mafia. A lui ha risposto il presidente del Senato Ignazio La Russa, il quale contesta al fratello la possibilità di stabilire che cosa Paolo Borsellino penserebbe oggi. Poi ricorre a un paradosso: «È come se dicessi, e non lo dico, che sarebbe ministro di Fratelli d’Italia perché era di destra».  

Duro anche il botta e risposta fra Giuseppe Conte e lo stesso La Russa. Per il leader del M5S, «non serve la falsa retorica di fronte a un pericoloso arretramento nella lotta alla mafia. Servono azioni coerenti e concrete. Solo così in questo 19 luglio rendiamo viva la memoria di Paolo Borsellino e degli agenti. Sono morti per tutti noi, per il nostro presente e futuro. Stamattina saremo a Palermo con i campioni dell’antimafia, quelli che la mafia l’hanno combattuta sul serio e non a chiacchiere e che il Movimento ha portato nelle Istituzioni».

«Il profondo rispetto che nutro per Paolo Borsellino e la sua scorta – ha replicato il presidente del Senato – mi inducono a non rispondere adesso alle polemiche strumentali che un politicamente disperato Giuseppe Conte muove a me e a Fratelli d’Italia perfino nelle ore in cui per le strade di Palermo viene ricordato con commozione il loro sacrificio. Ci sarà tempo e modo di farlo. Ora dico solo che la sua laurea non è stata sufficiente a insegnargli a leggere bene le mie rispettose dichiarazioni su Borsellino che ho conosciuto molto tempo fa al convegno annuale di formazione del Fronte della Gioventù».

Restano intatti intanto – e pesano – i tanti misteri sui veri mandanti della strage che quattro processi non sono riusciti del tutto a identificare. Lo ha sottolineato efficacemente il giornalista d’inchiesta RAI, Salvo Sottile. «Avevo diciotto anni – ha scritto ieri Sottile – quando il boato di via D’Amelio squarciò Palermo. Ero qui. Ho raccontato quella strage con gli occhi di un ragazzo che vedeva morire, insieme a Paolo Borsellino, un pezzo della speranza di questo Paese. Oggi, trentaquattro anni dopo, torno nello stesso luogo. Ma con una domanda in più. Perché Borsellino è stato ucciso ? La verità, in Italia, a volte impiega decenni per riemergere. Resta sepolta sotto il fango, sotto i silenzi, sotto le connivenze. Ma anche la palude più profonda, prima o poi, restituisce ciò che ha cercato di inghiottire».

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