Sull’Umanità di ieri abbiamo documentato una vicenda che, secondo alcuni, potrebbe essere indicativa delle scelte da compiere per affrontare la grave crisi economica in atto causata dall’infuriare dei conflitti armati alle porte dell’Europa, in Medio Oriente ed oltre.

Come i nostri lettori ricorderanno, nel Regno Unito, di fronte alla proposta lanciata dal nuovo premier Andy Burnham in campagna elettorale di una tassa del 2% sui patrimoni superiori ai 10 milioni di euro, ben 120 super ricchi hanno risposto con una lettera aperta. Nella quale non solo accettano questa “patrimoniale”, ma anzi la auspicano, dichiarando che servirà a migliorare il welfare e in generale le condizioni di vita nel Paese.

«Come milionari abbiamo un messaggio chiaro per voi, nuovo Primo Ministro: tassateci. Siamo orgogliosi di pagare e di rimanere qui», scrivono, col chiaro intento di smentire i conservatori, contrari alla proposta, secondo i quali la nuova tassa avrebbe come unico effetto quello di mettere in fuga i capitali verso mete a regime fiscale più contenuto.

Lo stesso dilemma si sta consumando anche in Italia. Solo ieri sera in una diretta su Rete 4 il noto esponente della sinistra Paolo Cento, pur senza citare il caso Londra, ha rilanciato apertamente l’idea della patrimoniale, lasciando intendere che sarà un elemento chiave nella prossima campagna elettorale del Campo largo.

Nelle stesse ore arrivano i dati impietosi della rigorosa CGIA di Mestre, secondo cui, a cinque mesi dallo scoppio della guerra nel Golfo Persico, si stima che nel 2026 famiglie e imprese dovranno sostenere quasi 29 miliardi di costi aggiuntivi per elettricità, gas e carburanti.

Se a questo dato aggiungiamo il congenito svantaggio che il nostro Paese ha sui costi dell’energia rispetto a Francia, Spagna e Inghilterra, nazioni che la producono autonomamente attraverso le centrali nucleari, ci rendiamo conto della necessità di mettere in campo strumenti adeguati per mantenere la competitività delle nostre imprese, su scala quanto meno continentale.  A lungo termine il governo Meloni questo lo sta già facendo, con il progetto di introdurre in Italia le centrali nucleari pulite, di ultima generazione. Ma sappiamo che per vederle in funzione ci vorranno anni, forse 10, e sappiamo anche che per affrontare l’attuale stretta economica che attanaglia le famiglie, la sforbiciata alle accise non basterà.

Arrivo alla conclusione. Il risparmio degli italiani rappresenta tuttora un tesoro prezioso, un pilastro solido che regge l’economia della nazione. Secondo dati FABI (la Federazione bancaria), la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane è cresciuta di oltre 1.600 miliardi di euro rispetto al 2020, portando il patrimonio complessivo a sfiorare il tetto dei 6.500 miliardi.  

Ma dentro questo tesoretto ci sono, prima di tutto, sacrifici e risparmi di famiglie e piccoli imprenditori, a volte conquistati con il lavoro di generazioni, rischiando in proprio per dare lavoro a milioni di addetti. Dentro quei 6.500 miliardi, però, ci sono anche i patrimoni di super ricchi, che anche in Italia possiedono somme e beni assai superiori ai 10 milioni.

La proposta allora è questa. Non bisogna spaventare i risparmiatori piccoli e medi con l’ipotesi della patrimoniale, così come finora agitata dal Campo largo. Più ragionevole sarebbe confrontarsi e discutere su un’ipotesi simile a quella lanciata dal premier britannico: mettere un’asticella a 10 milioni, al di sotto della quale non si tocca alcun risparmio o patrimonio. La percentuale potrebbe essere altro tema di utile confronto fra maggioranza e opposizione, 1 o due per cento. L’ipotesi servirebbe anche a tutelare i piccoli e medi risparmiatori che, come ci dimostrano gli analisti di Mestre, ogni giorno perdono grosse fette del potere d’acquisto causate da guerre che non accennano a finire.

Renato d’Andria

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