
Vi abbiamo documentato in un articolo due giorni fa su questo giornale, che l’analisi sull’Italia del FMI è sostanzialmente positiva, specie se rapportata alla difficile congiuntura che gli stati UE stanno affrontando a causa delle guerre.
Non va così bene alla Francia: nel suo rapporto annuale il Fondo monetario internazionale, avverte che, «sebbene le autorità restino determinate a riportare il deficit sotto il 3 per cento del Pil entro il 2029, il risanamento delle finanze pubbliche procede più lentamente del previsto e la sua attuazione è esposta a rischi importanti».
Con un debito di 3.536 miliardi di euro, pari al 117,5 per cento del Pil, connessi interessi in costante aumento, la Francia – viene spiegato – non ha più tempo. Vale a dire che senza nuove misure, il ritmo attuale di aggiustamento non basterà a stabilizzare il debito, che secondo alcuni economisti potrebbe superare il 130 per cento del Pil già nel 2030.
Da qui la raccomandazione del Fmi: uno sforzo iniziale di circa 0,8 punti di Pil all’anno tra il 2027 e il 2029, concentrato sulla riduzione della spesa su pensioni, disoccupazione e trasferimenti non mirati. Docce fredde che arrivano proprio mentre mentre il primo ministro Sébastien Lecornu riconosce la difficoltà di finanziare il passato e investire nel futuro.
«Per ragioni legate all’inerzia della spesa dello Stato – vanno ancor giù più duro gli analisti del FMI – degli enti locali e soprattutto della sfera sociale, in particolare pensioni e assicurazione malattia, ci ritroviamo ancora troppo spesso a dover finanziare dispositivi del passato, mentre dobbiamo investire per il futuro. Usiamo internet, ma continuiamo a mantenere il nostro Minitel e il nostro fax».
Drastiche le conclusioni. Senza interventi, in Francia « spese pubbliche aumenterebbero di quasi 60 miliardi di euro l’anno prossimo a causa di interessi sul debito, difesa, sanità, pensioni e collettività locali, un’impennata di quasi due punti di Pil che rende la situazione delle finanze pubbliche non più sostenibile». Ed anche «il ritorno sotto il 3 per cento di deficit entro il 2029 appare già fuori portata, anche nello scenario più rigoroso, perché un aggiustamento di questa portata avrebbe effetti negativi sulla crescita, mentre le negoziazioni parlamentari e le pressioni dei ministeri rischiano di diluire l’ambizione».





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