
«Chiudiamo, invece di completare l’ambientalizzazione, la più grande acciaieria d’Europa e il più grande investimento industriale del Mezzogiorno, per l’azione combinata del Conte 2, di Urso, della magistratura e della politica locale. Compreremo dalla Cina inquinando di più o dalla Francia, dove Mittal è andato ad investire dopo che Conte ha fatto saltare un contratto blindato. Amen». E’ lo sconsolato, per certi versi rabbioso post pubblicato da Carlo Calenda alla notizia che il tribunale milanese, accogliendo il ricorso di cittadini e ambientalisti di Taranto, ha ordinato l’ennesimo stop degli altoforni ex Ilva. I giudici hanno disposto la sospensione delle attività siderurgiche dell’area a caldo entro tre mesi. La ripartenza sarà subordinata a due condizioni vincolanti: la bonifica completa e integrale dell’amianto e la drastica riduzione delle emissioni di polveri sottili PM10 e PM2,5.
Contrariamente a quanto afferma il leader di Azione, però, non è rimasto a guardare l’esecutivo che già ieri, in un apposito CDM, ha dato il via libera a 100 milioni di euro come prestito d’urgenza, per garantire la continuità operativa dell’impianto, in attesa che venga completata la cessione relativa all’area a freddo. Appena appresa la notizia della sentenza, infatti, già ieri la premier Giorgia Meloni ha convocato una riunione d’urgenza a Palazzo Chigi con i ministri Marina Calderone, Tommaso Foti, Giancarlo Giorgetti, Gilberto Pichetto Fratin e Adolfo Urso, insieme ai sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari. «L’ esecutivo – questo il resoconto del vertice in una nota – prende atto del provvedimento della Corte, che arriva a un giorno di distanza dal tavolo con i sindacati fissato per domani, appuntamento che ora assume un peso ancora maggiore».
E resta aperto anche il dialogo con il gruppo indiano Jindal che infatti, dopo la nota di Palazzo Chigi sul prestito d’urgenza, si dice ancora interessato all’acquisizione dell’ex Ilva di Taranto, nonostante la sentenza della Corte d’Appello di Milano, che ha ribaltato la precedente decisione del Tribunale.
Peccato quindi che «la decisione dei giudici milanesi – si legge nella nota di Palazzo Chigi – è arrivata proprio mentre si stava per chiudere l’accordo per cedere l’intero complesso industriale a un grande gruppo siderurgico, mettendo quindi a rischio la trattativa nel momento più delicato».





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