
Interrotti nel 2013, i negoziati per l’ingresso dell’Islanda nell’Unione Europea sarebbero dovuti riprendere quest’anno. Ma il referendum indetto fra i cittadini. ha detto NO. Il Sì, dato fino all’ultimo avanti nei sondaggi, si è fermato al 47,2%, confermando la vittoria dei voti contrari (52,8%) pur in un’affluenza fra le più alte, pari all’82,5% degli abitanti. Al centro del dibattito politico non vi erano solo le questioni di natura monetaria, legate all’inflazione e ai tassi di interesse, ma soprattutto la tutela della sovranità nazionale e la gestione delle acque territoriali. Il governo in carica, schierato per il Sì, è stato battuto. Ed ora nel Paese si apre anche una delicata questione politica.
«Questo risultato – osserva Renato d’Andria, a lungo segretario del PSDI – conferma una preoccupazione che avevamo espresso da tempo, e ancora nell’Editoriale di ieri: l’Unione Europea si è pericolosamente allontanata da quelle che erano le intenzioni dei padri fondativi». Sotto accusa è oggi, da più parti, è la presidenza della Commissione Europea, che fin dal 2019 è stata guidata da Ursula von der Leyen, con una maggioranza di centrosinistra. «Fin dall’inizio del suo mandato – aggiunge d’Andria – von der Leyen si è apertamente distaccata dalla linea seguita dal suo predecessore, che era incentrata sul contrasto alle migrazioni irregolari e sulle questioni finanziarie. I risultati li stiamo vedendo, e l’assalto a Ceuta è solo uno degli effetti più recenti in ordine di tempo. La linea annunciata e poi seguita dalla presidente si è invece concentrata sulla transizione energetica e sulla presunta tutela dell’ambiente, imponendo alle imprese regole che ne hanno fortemente penalizzato la produttività. La crisi della Wolkswagen, di cui vi parlavamo ieri, è anche questo solo l’ultimo anello di una catena che si sta spezzando».
Interrogato su quali siano le strade percorribili per riportare sulla retta via l’Unione dei 27, specie dopo il “gran rifiuto” dell’Islanda, d’Andria risponde così: «Il modello, oggi, non può che essere quello degli Stati Uniti, una federazione di stati che conservino grande parte della propria autonomia e possano legiferare in maniera indipendente in difesa di industria, occupazione, benessere sociale. Via insomma – conclude l’ex segretario Psdi – le vecchie ideologie, che hanno penalizzato il sogno dell’Unione Europea, si vada avanti sulla linea indicata da Mario Draghi e rinforzata oggi col la creazione di Rhine Group, l’unica vera novità in un panorama europeo così desolante».





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