
Dopo mesi di pressioni per rispondere alle vibrate proteste di pescatori, agricoltori e cittadini, infuriati per il costo alle stelle del diesel, Giorgia Meloni ieri ha incassato il via libera formale alla clausola di salvaguardia che riguarda, per il biennio 2026-2027. Si tratta di 14,4 miliardi di euro di spese aggiuntive per l’energia e 14,4 per la difesa. Il portavoce della Commissione europea per l’Economia, Balazs Ujvari, ha dichiarato infatti che, nel caso dell’Italia, l’attivazione della clausola non mette a rischio la sostenibilità delle finanze pubbliche nel medio periodo. «In altre parole – ha detto – la nostra valutazione è positiva». Non è ancora finita, perché a questo punto il dossier passa al Consiglio, che avrà un mese di tempo per dare il via libera definitivo: solo a quel punto la clausola potrà essere ufficialmente attivata per l’Italia.
E nel frattempo? Cosa succede? Parlando con i giornalisti al vertice Med, che si è tenuto mercoledì a Spalato, Giorgia Meloni ha detto che il governo è «pronto a intervenire di nuovo, in particolare utilizzando il meccanismo delle accise mobili. In che modo? «Abbiamo perfezionato questo meccanismo – ha spiegato la premier – per cui all’aumento del prezzo del carburante la maggiore Iva che entra viene messa da parte e utilizzata, nel caso, per riabbassare il prezzo, tagliando le accise».
«Al mese di settembre – ha aggiunto Meloni – noi abbiamo circa 160 milioni che possono essere spesi con questo obiettivo. Quello su cui ci stiamo interrogando è se sia più efficace spendere queste risorse in questo momento, nel quale, comunque, ci sono delle misure di contenimento, o tenerle come provvista per quando quelle misure di contenimento dovessero terminare». Il riferimento è alla moral suasion del governo che ha indotto le major petrolifere a contenere i prezzi dei carburanti. Che restano, comunque, ancora troppo elevati.
L’impressione è che ci sia ancora molto da lavorare con la Commissione Europea.
Meloni è tornata infatti sulla lettera inviata qualche giorno fa alla presidente Ursula von der Leyen: «Non stiamo chiedendo spesa libera – ha detto in proposito – ma poniamo il tema dell’impatto che la maggiore inflazione sta avendo sui bilanci nazionali, perché noi dobbiamo considerare che l’inflazione di oggi non è quella programmata tre anni fa. Tre anni fa l’Europa ha licenziato i piani nazionali con un’inflazione programmata all’1,8 per cento, oggi quell’inflazione è molto più alta e questo comporta, presumo per la totalità degli Stati membri, dei costi automatici maggiori».





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