
IPS Journal (acronimo che sta per International Politics and Society Journal), con redazioni a Bruxelles ed a Berlino, pubblica il recente saggio di due analiste di livello universitario sul futuro della Socialdemocrazia. Sono Catrina Schläger e Nina Netzer, entrambe in forze alla Friedrich-Ebert-Stiftung (FES), la più antica fondazione politica tedesca, vicina alla socialdemocrazia (SPD) ma giuridicamente indipendente. Ne riportiamo gli stralci maggiormente significativi.
Le due studiose partono dalla crisi dell’SPD in Germania per porsi una domanda: come può questo partito riconquistare un profilo distintivo? «Come può differenziarsi come partito democratico, internazionalista e di sinistra che rappresenta i lavoratori, offre soluzioni ai problemi quotidiani delle persone, rafforza la capacità dello Stato di agire, difende con convinzione i propri valori e unisce diversi gruppi sociali sotto la bandiera di un progetto politico condiviso?».
«Il problema della socialdemocrazia – convengono – non è la mancanza di politiche adeguate. Ciò che le manca sempre più, tuttavia, è la capacità di unificare interessi materiali, identità politica e una promessa credibile di cambiamento sociale all’interno di un unico progetto politico».
Per Catrina Schläger e Nina Netzer, questo non è un problema esclusivo dei socialdemocratici tedeschi: «i partiti socialdemocratici sono sotto pressione in tutto il mondo. E sebbene il contesto vari significativamente da paese a paese, le pressioni individuali che affrontano sono simili: il declino della fedeltà degli elettori tradizionali, l’erosione dei sistemi partitici consolidati, l’ascesa dei movimenti populisti di destra e la perdita di fiducia nelle istituzioni politiche». Il processo di elaborazione di un nuovo manifesto dell’SPD, quindi, «non riguarda solo l’aggiornamento delle posizioni programmatiche; si tratta di definire cosa rappresenta la socialdemocrazia nel XXI secolo».
Una prima proposta, per quella che appare sempre più come una “rifondazione” della Socialdemocrazia, non solo in Germania, viene individuata dalle due saggiste nella capacità di «rispondere alle preoccupazioni materiali dei cittadini», che risulta «fondamentale per riconquistare rilevanza politica».
«A livello internazionale – spiegano – il dibattito si è concentrato sul tema dell’accessibilità economica», tuttavia «non si tratta solo della questione specifica se le persone possano ancora permettersi determinati beni e servizi, ma anche della capacità dei politici di fornire risposte credibili all’aumento dei costi di alloggi, energia, trasporti, servizi sanitari e assistenziali, istruzione e generi alimentari».

Portano come “modelli” il governo Sanchez in Spagna o quello di Magdalena Andersson in Svezia. Addirittura citano Elly Schlein come un politico con la capacità di combattere il populismo di destra. «E qui – osserva Renato d’Andria – mi si consenta di dissentire, viste le assai precarie condizioni in cui versa il modello socialista o comunque socialdemocratico proprio in questi Paesi, con Sanchez costretto a nuove elezioni dopo l’assalto di Ceuta, che ha privato della libertà milioni di cittadini spagnoli, o la Andersson, che per vincere, sia pure con margine lievissimo, le elezioni, ha aperto indiscriminatamente le porte a milioni di immigrati clandestini, tanto che ora nell’ex simbolo svedese della socialdemocrazia è addirittura proibito esporre la bandiera nazionale».
«Il punto è – conclude d’Andria – che la rapida evoluzione delle condizioni di vita delle società occidentali ha già fatto saltare le vecchie, rigide ideologie, ma questo sono ancora in pochi, tra gli accademici istituzionali, ad averlo compreso. Si continua a diffondere vecchi manifesti, mentre alle famiglie e alle imprese occorrono risposte concrete, immediate, a cominciare dalla difesa delle popolazioni autoctone, che si ottiene anche proteggendo i confini nazionali da indiscriminati assalti di clandestini, senza leggi regolatorie adeguate».





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