
I nostri lettori ormai lo sanno, quanto sta a cuore alla Fondazione Salvemini tutto ciò che aiuta a preservare le vite umane e le nascite, specie in un inverno demografico quale quello che si registra nei Paesi occidentali di anno in anno e sembra sempre più inarrestabile.
Qualche giorno fa vi abbiamo dato conto delle misure per sostenere l’incremento della popolazione adottate dall’Ungheria di Viktor Orban. Oggi vi parliamo del Giappone, altro Paese altamente industrializzato che deve fare i conti col rischio di estinzione a lungo termine della sua popolazione.
E’ per questo che da qualche tempo In Giappone vanno molto di moda gli ikumen, i “super papà”. Il termine unisce ikuji, “prendersi cura dei bambini” e ikemen, “uomo dall’aspetto attraente”, in poche parole, quello che da noi i chiamerebbe “figo”. Il Giappone insomma sta cercando di arginare le culle vuote restituendo ai padri nuove mansioni e un migliore aspetto sociale. C’è il tentativo, faticoso, lento, irto di difficoltà e ostacoli, di ridisegnare i confini della paternità.
Nel 2023 a livello nazionale, il numero totale di nascite di cittadini giapponesi residenti nel paese è stato di 727.277 , in calo del 5,6% rispetto all’anno precedente. Il calo naturale della popolazione è aumentato del 6,3% a 848.659. Denatalità e invecchiamento della popolazione avvolgono in una morsa il Paese. E allora si punta a valorizzare i papà, spingendoli a una più attiva partecipazione alla vita domestica, generalmente affidata in Giappone alla cura esclusiva delle donne. Un’iniziativa che però deve fare i conti però con retaggi culturali atavici che investono tanto la famiglia giapponese, di stampo patriarcale, ma anche la vita professionale, sempre più totalizzante.
Si legge su Japan Times che «non esiste una risposta semplice per risolvere l’enigma demografico», perché questo problema investe tutte le economie avanzate e in alcuni Paesi asiatici, come la Corea del Sud e Taiwan, oltre allo stesso Giappone, tocca punte drammatiche. Insomma, per l’organo di stampa nipponico, «incentivare la partecipazione degli uomini alla crescita dei figli è un imperativo non più eludibile».
Il processo di trasformazione – spiega il quotidiano Avvenire – è già in atto. «Il Codice Civile Meiji, del 1898, bollava le mogli come “incompetenti”: le donne non potevano lavorare senza il permesso dei mariti, non potevano stipulare contratti per l’acquisto o la vendita di terreni o prendere in prestito denaro. L’uomo, in pratica, godeva di un’autorità assoluta sulla famiglia. La situazione è cambiata con la Costituzione del dopoguerra che ha investito in profondità le strutture ancestrali della società giapponese, ha riconosciuto pari diritti alle donne e, grazie alle revisioni del codice civile, ha sradicato la maggior parte delle disposizioni patriarcali. La legge sugli standard lavorativi del 1947 ha poi imposto la parità di retribuzione per lo stesso lavoro».
Come l’hanno presa i giapponesi? Rispondendo a un sondaggio condotto dal Centro nazionale per la salute e lo sviluppo infantile, il 95,6% degli intervistati ha affermato che è naturale che le coppie condividano i lavori domestici e i doveri legati alla cura dei figli. Il 49,7% è convinto però che manchi un sistema e un ambiente che renda più facile per i padri crescere i figli, mentre il 33,1% ha affermato di non ottenere alcun riconoscimento per il “lavoro” svolto nella vita domestica e nella cura dei figli.
Lo scorso anno il premier giapponese Fumio Kishida ha presentato l’obiettivo ambizioso di aumentare il numero di lavoratori che prendono il congedo di paternità al 50% entro il 2025 e all’85% entro il 2030. E così la percentuale di uomini che usufruiscono del congedo è aumentata, anche se lentamente. Ma sono ancora molti i padri che temono che prendersi una pausa dal lavoro significhi danni o rallentamenti alla carriera.





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