In un paese prostrato da inflazione, povertà e mancanza di libertà, sono più di 21 milioni i venezuelani chiamati alle urne domani, 28 luglio, per eleggere il nuovo presidente. Elezioni che suscitano l’aspettativa di un “cambiamento reale” e di una possibile democratizzazione, prospettive tuttavia ancora assai lontane.

Per garantire la legittimità internazionale il governo del Venezuela ha accolto diverse missioni di supervisione, che però risultano limitate nel numero di esperti e nelle funzioni: quattro delle Nazioni Unite, una delegazione del Centro Carter, una della Repubblica popolare cinese, una delegazione di tecnici dall’Unione africana (Ua) e del Consiglio di esperti elettorali dell’America latina (Ceela). Non ci sarà l’Unione Europea. In ogni caso questi tecnici, privi di qualsiasi vincolo legale, non potranno eseguire una valutazione integrale dei processi di votazione, conteggio e analisi. Tanto che l’opposizione definisce queste missioni “puro turismo elettorale”. La stessa opposizione accusa il presidente uscente Maduro di tenere sotto controllo il parlamento, l’esercito, la polizia, il sistema giudiziario, il consiglio elettorale nazionale, il bilancio nazionale e gran parte dei media, per non parlare dei gruppi paramilitari violenti noti come “collettivi”.

Fra i dieci candidati che aspirano alla guida del paese in prima fila ovviamente c’è il presidente Nicolás Maduro, che punta alla rielezione. Ma il favorito nei sondaggi è il politologo e diplomatico Edmundo González Urrutia, 74 anni (Piattaforma Democratica Unitaria), sostenuto da Maria Corina Machado, 56 anni. La Machado, dopo aver vinto le primarie con il 92% dei voti, non ha potuto candidarsi a causa di una squalifica da parte dell’autorità elettorale, ma la sua popolarità e il suo rilievo nella campagna l’hanno resa la principale forza per il fronte antichavista.

Intanto la condizione del Paese appare estrema. Secondo l’Associazione Civile Súmate sono più di 7 milioni i cittadini che sono stati costretti a lasciare il Venezuela, di cui 4,5 milioni in età di voto. Francisco Castro, direttore di Súmate, ha affermato che se l’intera popolazione votante all’estero, o anche solo una frazione, riuscisse a registrarsi e a partecipare, il fatto sarebbe di “cruciale” rilevanza per il processo elettorale nazionale. «È importante capire che il Venezuela si trova in una situazione particolare. È una realtà che affrontiamo a causa della migrazione forzata a seguito di una complessa emergenza umanitaria”»

Secondo osservatori internazionali un’eventuale vittoria di Maduro potrebbe spingere il Venezuela a logorare ulteriormente i rapporti con gli Stati Uniti, aumentare ancora di più la povertà, la repressione e la mortalità, e causare ancora una grande crisi umanitaria. «Se dovessi perdere – ha dichiarato nell’ultimo comizio Maduro – il rischio è che il Venezuela possa cadere in un bagno di sangue, in una guerra civile fratricida, figlia dei fascisti».


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