
Pochi lo sanno, ma fino a giugno dello scorso anno l’unica forza politica che ad Hong Kong si era opposta alla dittatura cinese era la League of Socialdemocrats (LSD), l’ultimo partito attivo per la democrazia in Cina. Poi, a metà dello scorso anno, ha dovuto gettare la spugna. Ma resta ancora indelebile, nella storia della Socialdemocrazia, l’esempio della tenace e combattiva leader di quel partito: Chan Po-ying, che ne ha dovuto annunciare lo scioglimento a causa di «immense pressioni politiche».
Il partito di sinistra relativamente piccolo, fondato nel 2006, in una nota di giugno 2025 ha scritto di aver raggiunto la sua conclusione dopo “un’attenta deliberazione”, in particolare per quanto riguarda “le conseguenze” per i suoi membri. «In questi 19 anni, abbiamo sopportato difficoltà di dispute interne e la quasi totale prigionia della nostra leadership, mentre assistiamo all’erosione della società civile, alla dissolvenza delle voci di base, all’onnipresenza delle linee rosse e alla soppressione draconiana del dissenso».
Lo scioglimento forzato dei socialdemocratici ha lasciato Hong Kong senza alcuna forza di opposizione, dopo l’imposizione delle ferree leggi sulla sicurezza nazionale degli ultimi anni.
Già nel 2020 la Cina aveva imposto una legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong, punendo reati come la sovversione, con la possibilità di ergastolo, a seguito delle proteste per la democrazia nel 2019. Molti dei principali attivisti sono stati perseguiti o incarcerati, decine di gruppi della società civile si sono sciolti e i media critici nei confronti del governo sono stati chiusi.
Una seconda serie di leggi, nota come “articolo 23” è stata approvata nel 2024 dal Governo pro-Pechino della città. Vengono puniti una serie di reati, tra cui tradimento, sabotaggio, sedizione, furto di segreti di stato, interferenze esterne e spionaggio. Le pene vanno da diversi anni all’ergastolo.





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