«In un mondo spesso dominato anche da un pensiero violento, bisognerebbe sostenere ancora di più il genio femminile, come affermava San Giovanni Paolo II, il “genio delle donne”, protagoniste e creatrici di una cultura della cura e della fraternità, indispensabile per dare futuro e dignità a tutta l’umanità».  «Forse anche per questo le donne sono colpite e uccise, perché sono un segno di contraddizione in questa società confusa, incerta e violenta, perché ci indicano valori di fede, libertà, eguaglianza, generatività, speranza, solidarietà, giustizia. Sono grandi valori, che invece sono combattuti da una pericolosa mentalità che infesta le relazioni producendo solo egoismo, pregiudizi, discriminazioni e volontà di dominio». 

Apro l‘Editoriale di questa domenica 8 marzo 2026 con le parole rivolte alle donne da Papa Leone XIV. Il Pontefice, ricordando il messaggio di Giovanni Paolo II, ci dona il senso della grandezza femminile e spiega che proprio questa loro condizione di superiorità morale, legata alla possibilità di generare, troppo spesso le vede vittime di violenza.

La parola violenza sta segnando i nostri giorni, dentro le mura domestiche, per le strade, non meno che nei luoghi mondiali del conflitto, dall’Iran al Libano, dove a cadere sono sempre i soggetti più fragili, bambini, donne, anziani.

In vista di questa giornata dell’8 marzo, solo due giorni fa a Firenze l’attivista iraniana Leila Farahbakhsh ha ricordato che nel suo Paese la repressione ha ucciso 40mila persone, decine di migliaia sono ancora detenuti e detenute nelle carceri, molti fra loro rischiano l’impiccagione per aver chiesto libertà e democrazia. Il grido di Leila ha bloccato il corteo indetto da sigle di sinistra per protestare contro l’operazione militare israelo-statunitense che ha fatto crollare, almeno per ora, il regime sanguinario degli Ayatollah. «Gli Stati Uniti ci hanno aiutato – ha urlato Leyla – e voi dove eravate quando il regime sterminava il nostro popolo?».

Nessuno tocchi Caino, di cui mi onoro di fare parte fin dalla sua fondazione, ci ha ricordato che alla fine di novembre 2025, in soli 11 mesi, oltre 1.800 persone erano state giustiziate in Iran, tra cui 22 detenuti politici e 12 individui giustiziati in pubblico. 615 di loro sono stati impiccati in soli 2 mesi, ottobre e novembre, un’ondata che le organizzazioni internazionali hanno descritto come una “crisi delle esecuzioni”. Tra le vittime c’erano almeno 57 donne, con un aumento del 70% rispetto all’anno precedente. Solo tra il 30 luglio e il 30 novembre sono state giustiziate 32 donne.

Esistono ancora nel mondo altre forme di violenza sulle donne diverse, ma non meno dolorose. Voglio citare solo un recentissimo rapporto delle Nazioni Unite, secondo cui la GPA (termine che indica la pratica dell’utero in affitto) può essere assimilata alla riduzione in schiavitù. E’ stato questo il termine usato da un procuratore argentino che si è trovato a giudicare il caso di donne povere reclutate sui social media per diventare surrogate e private di ogni libertà personale. Dall’Ucraina arrivano testimonianze simili. Ed anche il “consenso forzato” di molte donne «non può giustificare violazioni dei diritti umani, comprese quelle associate alla tratta di esseri umani, alla vendita di organi, alla schiavitù o alla tortura».

In Italia lo scorso 16 ottobre ha compiuto un anno il provvedimento, fortemente voluto dalla premier Giorgia Meloni e approvato in via definitiva dal Senato, che ha modificato un comma della Legge 40 sulla procreazione assistita, rendendo il ricorso alla Gpa un reato anche se avviene all’estero, in Paesi dov’è legale. La norma prevede una pena da tre mesi a due anni, a cui si aggiunge una multa fino a un milione di euro, per chi ricorra alla pratica. Il report dell’Onu sulla violenza nella surrogazione di maternità considera la legge un modello da imitare in tutto il mondo, dato che nelle raccomandazioni finali invita gli Stati ad «adottare misure volte all’eliminazione della maternità surrogata in tutte le sue forme», rafforzando gli strumenti di tutela per le donne e i bambini. Inoltre gli Stati devono «adoperarsi per l’adozione di uno strumento internazionale giuridicamente vincolante che vieti tutte le forme di maternità surrogata».

RENATO D’ANDRIA

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