Le elezioni anticipate tenutesi ieri in Danimarca registrano la vittoria del partito Socialdemocratico che, con il 21,9 per cento delle preferenze, risulta il più votato. Sarà la leader del partito e primo ministro uscente, Mette Frederiksen, a guidare le trattative per formare un governo di coalizione, che si preannunciano molto complicate per la frammentazione del parlamento che si formerà.

Uno scenario che regala ai Moderati guidati dal ministro degli Esteri Lars Løkke Rasmussen il delicato ruolo di ago della bilancia, con il 7,7 per cento di voti e 14 seggi. Rasmussen ha già invitato i rivali di destra e di sinistra a fare un passo indietro rispetto ad alcune delle posizioni assunte durante la campagna elettorale e a “unirsi a noi”.

«Sono sempre pronta ad assumermi le responsabilità di Prima ministra della Danimarca per i prossimi quattro anni», ha dichiarato Frederiksen. «Ci aspettavamo un calo, perché è normale quando ci si candida per la terza volta – ha aggiunto Frederiksen, alla guida del governo dal 2019 – Certamente mi rammarica il fatto di non aver ottenuto più voti».

Non sono bastate le mire territoriali del presidente statunitense Trump sulla Groenlandia: a giocare nella tornata elettorale di ieri in Danimarca anche temi quali il welfare, l’ambiente, le condizioni degli animali negli allevamenti e la pressione fiscale. Il risultato è che la coalizione di sinistra ha vinto ottenendo 84 seggi su 179 ma, non avendo la maggioranza, dovrà formare un governo di coalizione.

Renato d’Andria

«Nella turbolenta contingenza internazionale, che impone ai governi europei problemi crescenti anche per la stretta sulle forniture energetiche – osserva Renato d’Andria, a lungo segretario nazionale del PSDI – possiamo considerare quello conquistato da Mette Frederiksen un buon risultato, sia dal punto di vista suo personale, sia per la Socialdemocrazia europea. Va inoltre evidenziato – aggiunge d’Andria – il coraggio con cui Frederiksen, primo ministro uscente, ha messo in gioco il suo alto ruolo istituzionale, la sua carica, scegliendo di andare al voto anticipato per dare la parola agli elettori. E questo resta un ottimo esempio di democrazia, che non tutti i leader europei avrebbero affrontato».

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