
Mentre i cristiani celebrano oggi la sconfitta della vita sulla morte attraverso la risurrezione di Cristo, risuonano nelle chiese le parole solenni del Vangelo di Giovanni su quel sepolcro trovato vuoto. Non meno assordanti balenano i boati delle bombe sui palazzi dove vivono innocenti, il fragore dei droni lanciati per seminare morte e disperazione, le urla di dolore delle madri che piangono i figli caduti al fronte.
Nell’Ucraina uscita dal quinto inverno di guerra «la gioia di Pasqua è inevitabilmente mischiata con il sangue e con il dolore», ha ricordato l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, nunzio apostolico a Kyiv. Il suo sguardo va ai prigionieri di guerra, ai civili privati di libertà. «So che molti di loro aspirano a celebrare la Pasqua, così come attesta un’icona che abbiamo nella Nunziatura a Kyiv, nella quale è incorporata la riproduzione della preghiera “Padre nostro”, scritta dai fedeli privati della libertà a motivo di guerra a Balaklia, nella regione di Kharkiv, nella primavera del 2022».
Da una Gaza ridotta in macerie fa eco padre Gabriel Romanelli. Ringraziando per la Colletta di Pasqua, il parroco della Sacra Famiglia ci ricorda che «la maggior parte degli abitanti non ha il denaro, non ha più uno stipendio, ed è ancora necessario un grande aiuto umanitario. C’è bisogno di cibo, di acqua buona, di medicinali, oltre a materiali per la ricostruzione delle case, che sarebbe il bisogno più grande».
«Chi decide le guerre dovrà risponderne a Dio!». La forza del discorso di Papa Leone lungo la Via Crucis, le parole pronunciate nell’omelia della Veglia di Pasqua, «Dio non vuole la nostra morte!», fanno tornare alla mente i versetti del Libro della Sapienza.
Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte, né il regno dei morti è sulla terra. La giustizia infatti è immortale. (Dal libro della Sapienza 1,13-15; 2,23-24).
Ma è giusto concludere con il duro monito alle Nazioni di padre Kulbokas, che facciamo nostro. «Direi che quella della Chiesa e della Santa Sede sia soprattutto una testimonianza di pace, la quale adesso viene percepita da alcuni come “utopica”, e invece è l’unica soluzione possibile. Cioè, ancora non ho visto in azione una diplomazia ad ampio respiro – che coinvolga per lo meno una gran parte dei Paesi del mondo – che cerchi la pace».
Auguri al mondo affinché questo possa accadere. E auguri ai nostri lettori di una Pasqua in cui ciascuno possa fare la propria parte per la giustizia e per la pace.
RENATO D’ANDRIA





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