E’ una storia tutt’altro che nuova. Fin dai tempi della guerra fredda negli Usa e nell’allora Unione Sovietica erano state messe a punto autentiche “macchine del fango”, appositamente studiate per attaccare l’avversario sulla base di quelle che oggi chiameremmo fake news. E che allora venivano definite con il loro nome esatto: calunnie.

Possibile pensare, quindi, che anche oggi qualcuno stia tentando di dare una spallata al governo attraverso notizie confezionate ad hoc. Non c’è niente di vero? Poco importa, basta che se ne parli. Basta che il bersaglio di turno possa finire nel “registro degli infangati”.

Andrebbero lette così le presunte “rivelazioni”, propalate “a reti unificate” da buona parte dei media tradizionalmente contrari all’esecutivo, dal selfie della premier con un soggetto considerato “vicino ai mafiosi” fino agli attacchi che sta subendo a raffica Giorgio Mulé, mai indagato, dopo che si era speso più di tutti e con la maggiore efficacia per le ragioni del sì al referendum. «Stamattina alle 5 – ha scritto ieri Mulè sui social – ho svegliato il mio avvocato. Sapevo che sarebbe stata pubblicata su un giornale una porcheria, un’altra, che mi riguardava e ho atteso di leggerla. È il destino di chi finisce nel ‘registro degli infangati’, di coloro che, per carità!, non sono indagati, non sono in alcun modo coinvolti in un’inchiesta ma vengono ugualmente investiti da colate di fango (chiamiamo le cose con il loro nome anche se con un eufemismo) pur non essendo oggetto di indagini giudiziarie o sfiorati da alcun sospetto».

«C’è un’intercettazione risalente al 1 marzo 2021 in cui un mafioso di nome Gioacchino Amico dopo la mia nomina a sottosegretario alla Difesa» avrebbe detto «a un suo interlocutore di conoscermi e di aver ‘parlato’ con me», ha spiegato Mulè. Ma «il contenuto di questa intercettazione è rimasto per un lustro nei cassetti della Procura di Milano perché evidentemente era irrilevante».

«Non sono ‘amico’ di Amico – taglia corto Mulé – ma neppure conoscente: non ho proprio assolutamente memoria di averlo incrociato, di avergli parlato, men che mai di aver avuto alcun tipo di relazione con lui. Zero, il nulla. Prima di vederlo sui giornali in un selfie vergognosamente usato contro Giorgia Meloni contro ignoravo la sua esistenza. Epperò mi trovo nel mezzo di questo pantano putrido e puzzolente nel quale sono certo sciacalletti e quaquaraquà inizieranno a nuotare ricorrendo alla formula vigliacchetta di insinuare perché coperti dalla circostanza che ‘nelle carte si dice che’ e via infangando».

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