Mosca torna a minacciare l’Europa. Mercoledì sera il ministero della Difesa russo ha pubblicato un elenco di 21 stabilimenti in Italia, Germania, Regno Unito, Danimarca, Spagna, Repubblica Ceca, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Turchia e Israele, che producono droni destinati alle forze armate ucraine o loro componenti. Le aziende italiane nel mirino sono quattro: una nel veneziano, due in Lombardia e una in Piemonte. 

«L’attuazione degli scenari di attacchi terroristici contro la Russia da parte dei presunti UAV ucraini, dichiarati dal regime di Kiev – scrive il ministero russo – porta a conseguenze imprevedibili. Le mosse dei leader europei stanno trascinando sempre più questi paesi nella guerra con la Russia». Da qui la minaccia: «L’opinione pubblica europea dovrebbe non solo comprendere chiaramente le cause alla base delle minacce alla propria sicurezza, ma anche conoscere gli indirizzi e l’ubicazione delle aziende».

Un po’ come dire: “sappiamo dove abitate”, nel consumato gergo delle organizzazioni criminali… Un avvertimento in piena regola, rilanciato subito dai canali Telegram filorussi, con tanto di grafiche e indirizzi precisi, che hanno già esposto le quattro aziende italiane al rischio di contestazioni, atti vandalici o peggio.

A rincarare la dose ci ha pensato l’ex presidente Dmitry Medvedev, oggi è vicepresidente del Consiglio di sicurezza: «La dichiarazione del ministero della Difesa russo – ha scritto in un post su X – va presa alla lettera: l’elenco delle strutture europee che producono droni e altre attrezzature costituisce un elenco di potenziali obiettivi per le forze armate russe. Il momento in cui gli attacchi diventeranno realtà dipenderà da ciò che accadrà in seguito. Dormite sonni tranquilli, partner europei!».

Sull’altro fronte, quello mediorientale, cominciano intanto a dare risultati le posizioni assunte dai volenterosi al summit internazionale di Parigi, di cui ha parlato in conferenza stampa Giorgia Meloni. Sarebbe già in fase di start lo scudo su Hormuz, con tre caccia mine italiani pronti a partire. Questa è una prima, concreta risposta all’allerta lanciato due giorni fa dal Fondo Monetario Internazionale, secondo cui lo shock energetico causato dalla guerra con l’Iran starebbe trascinando il vecchio continente verso la recessione. «Prima della guerra – aveva dichiarato tre giorni fa Alfred Kammer, direttore Dipartimento europeo FMI – le nostre previsioni sarebbero state riviste al rialzo. Ora invece le prospettive di crescita per l’area euro sono stimate a solo l’1,1% nel 2026, mentre per l’Unione Europea sono dell’1,3%. Con uno shock persistente dell’offerta, aggravato da condizioni finanziarie più restrittive, l’Ue potrebbe avvicinarsi alla recessione, con un’inflazione che sfiora il 5%. Nessun Paese europeo ne è immune».

Per affrontare questa crisi energetica la Commissione Europea sta mettendo a punto la bozza del documento Accelerate Eu, che sarà presentato il 22 aprile. I punti chiave riguardano in primis l’aumento del telelavoro, con almeno un giorno a settimana di lavoro da remoto e l’obbligo nel settore pubblico ove possibile. Nel comparto dei trasporti si suggerisce la riduzione dei limiti di velocità con limiti più bassi per auto e veicoli commerciali, la promozione del trasporto pubblico e della ferrovia, oltre ad alternative come bicicletta, mobilità elettrica leggera, ecc. L’esempio che vien fatto è quello del  bike sharing gratuito, con incentivi all’acquisto di biciclette. Basterà?

Per capirlo dovremmo fare riferimento – come accennato anche dal FMI – alle misure che furono messe in campo nel 2022 per superare lo shock della pandemia. Ma erano ben altre. Giusta quindi l’attuale richiesta dell’Italia: in primo luogo allentare temporaneamente i vincoli del Patto di stabilità, per consentire ai governi di mettere in circolazione risorse economiche in grado di portare fuori dal tunnel imprese e famiglie. Altro che bike sharing…

RENATO D’ANDRIA

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