«La terza edizione dell’Indagine sulla violenza contro le donne è ancora in corso per la parte relativa alle donne straniere che, per la particolare condizione linguistica e culturale, si ritiene opportuno intervistare di persona. I risultati complessivi verranno divulgati nel 2026, al compimento delle interviste sulle donne straniere».

Questo l’avviso che lo scorso anno l’Istat, nel pubblicare i dati statistici sulla violenza di genere, aggiungeva alle rilevazioni pubblicate, annunciando che nel 2026 sarebbe stato reso noto il dato complessivo, comprendente anche le vittime di nazionalità straniera. E invece in questi giorni è arrivata la doccia fredda: maxi multa alla società esterna cui erano state affidate dall’Istat le interviste alle donne straniere, la Csa Research, perché il dato sarebbe stato ampiamente falsificato.

Ma c’entra qualcosa il numero antiviolenza 1522, che viene finanziato dagli italiani con milioni di euro ogni anno? In nessuno degli articoli di queste ore sui presunti “dati falsificati con interviste inventate” attribuiti al Csa Research, si fa riferimento al 1522. Eppure l’Istat, nell’ambito delle pagine web sulla violenza di genere, dedica ampio spazio proprio alle rilevazioni del 1522. «Il database – viene spiegato – è costituito dei dati archiviati dal numero di pubblica utilità 1522. I dati sono archiviati dalle operatrici telefoniche che forniscono una prima risposta ai bisogni agli utenti che si rivolgono al servizio. Le informazioni fornite durante la telefonata vengono registrate su una piattaforma informatizzata di cui si dispongono i dati a partire dal gennaio 2013. La registrazione avviene a seguito di domande poste dalle operatrici del numero di pubblica utilità secondo un percorso standardizzato il cui filtro è rappresentato dal motivo della chiamata». Possiamo immaginare che al 1522 chiamino anche donne straniere. Perché allora duplicare la rilevazione, quando i contribuenti spendono già tanto denaro per un servizio come il 1522 che, fra l’altro, tutela solo le donne, escludendo a priori tutte le altre vittime di violenza in Italia, a cominciare da bambini, anziani ed invalidi, sol perché di sesso maschile? Tanto è vero che, per tutte le vittime non donne, è stato necessario creare un servizio come il 1523.it, fatto da professionisti volontari, che però lo Stato italiano non finanzia nemmeno con un euro.

Resta il fatto che Csa Research, una delle società appaltatrici cui Istat ha esternalizzato queste rilevazioni, ha respinto le accuse, il che significa che la vicenda non è ancora conclusa. Ma l’autentico terremoto generato dalle ipotesi di rilevazioni falsificate sta creando un grave danno d’immagine all’Istat. In un articolo di Fanpage, inoltre, vengono ricostruite le condizioni precarie di lavoro cui sarebbero sottoposti i rilevatori in queste ditte esterne.  Di sicuro, a cavalcare tutta la questione è sceso immancabilmente in pista AVS che, con la deputata Elisabetta Piccolotti ha già annunciato un’interrogazione parlamentare «affinché siano prese misure per assicurare il diritto ad un’equa retribuzione a rilevatori e rilevatrici valutando prioritariamente anche la reinternalizzazione del servizio».

Ripetiamo: ma non bastava chiedere i dati sulla violenza di genere al database del 1522, che le formazioni politiche come quella in cui milita l’onorevole Piccolotti sostengono da sempre?

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