
Basta fuga dei cervelli. E’ partito lo scorso mercoledì 6 maggio, al Parlamento Europeo, il processo preparatorio della strategia “Diritto a restare”, il quadro politico della Commissione europea pensato per garantire che i cittadini del blocco possano costruire il proprio futuro nei luoghi in cui nascono, anche quelli più remoti, senza essere costretti ad andarsene per mancanza di opportunità o servizi essenziali.
Il progetto è stato illustrato dal vicepresidente esecutivo con delega alla Coesione e alle Riforme, Raffaele Fitto, insieme alla presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, al ministro delle Finanze cipriota Makis Keravnos in rappresentanza della presidenza di turno del Consiglio dell’Ue, e a Kata Tüttő, presidente del Comitato europeo delle Regioni (organo consultivo che rappresenta gli enti locali e regionali dei Paesi membri). Presente anche l’ex premier italiano Enrico Letta, il cui rapporto sul mercato unico aveva evidenziato come le disparità regionali crescenti spingano i giovani ad abbandonare le proprie città.
«Il diritto a rimanere – ha detto Fitto – è un obiettivo politico chiave per la Commissione, ogni europeo ha il diritto di vivere e prosperare, costruire una famiglia e un futuro là dove si sente a casa. La gente dovrebbe essere libera di rimanere perché lo vuole, non obbligata ad andarsene». «Abbiamo bisogno di una strategia per il diritto di rimanere – ha aggiunto – perché gli europei hanno la libertà di stabilirsi dove vogliono, questo è uno dei capisaldi del mercato, ma la libertà di movimento e di circolazione va di pari passo con il diritto di rimanere e oggi questo diritto è inconsistente per molti europei, perché la scelta di andarsene è legata a mancanza di occupazione, prospettive, servizi».
Nell’occasione Fitto ha fatto un bilancio della revisione intermedia della politica di coesione: 186 programmi modificati, 34,6 miliardi di euro ri-allocati. «Non si tratta di proiezioni, non si tratta di impegni sulla carta», ha detto, rivendicando la concretezza dei risultati. I fondi sono andati su cinque fronti: competitività (15,2 miliardi, da tecnologie 6G alla biotech), difesa (11,9 miliardi per investimenti a doppio uso civile-militare), alloggi accessibili, gestione idrica e infrastrutture energetiche.
Il ministro delle Finanze cipriota Keravnos ha messo in guardia sulle conseguenze degli squilibri territoriali: circa 135 milioni di europei vivono in regioni che negli ultimi decenni sono rimaste indietro, con un prodotto interno lordo pro capite inferiore ai livelli del 2000 o con crescita zero. «Quasi un terzo della popolazione vive in un luogo che negli ultimi decenni è rimasto indietro: questo tipo di squilibri territoriali porta a disuguaglianze anche nelle opportunità”, ha sottolineato. Se questi squilibri non vengono affrontati rapidamente, ha avvertito il ministro cipriota, si perde competitività e cala la fiducia nel progetto europeo. Per Cipro – ha concluso – il diritto di ogni cittadino a vivere dove è nato, insieme alla politica di coesione, è “una priorità per la presidenza cipriota».





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