
Le penalizzazioni che dall’unità d’Italia in poi hanno colpito il Mezzogiorno non riguardano solo i ritardi nelle infrastrutture, la deindustrializzazione o i conseguenti, crescenti livelli di povertà. Ad aggravare il divario ci pensano, ancora oggi, le tasse locali. Un recente studio del Servizio Stato Sociale e Politiche Fiscali della Uil mostra l’esistenza di un “federalismo fiscale al contrario”, dove i ceti sociali maggiormente impoveriti vengono letteralmente spennati dalle tasse locali. Una “lotteria territoriale”, la definisce l’Uil, a danno dei contribuenti più fragili, che non ha alcun riscontro con i servizi offerti al cittadino. Il federalismo prevedeva infatti che i cittadini potessero premiare o punire le amministrazioni in base al rapporto tasse/servizi. Invece assistiamo al fenomeno opposto: le aliquote più alte si concentrano proprio nelle Regioni o nei Comuni in difficoltà finanziaria, dove i contribuenti pagano di tasca propria il conto di inefficienze amministrative e disavanzi, quando non di corruzione, a fronte di prestazioni pubbliche carenti.
Il quotidiano Italia Oggi prova a fare un po’ di conti. A parità di stipendio (naturalmente, per chi uno stipendio ce l’ha), un cittadino milanese, con un reddito complessivo intorno ai 20mila euro, ne paga circa 263 all’anno di tasse addizionali regionali e comunali. In Calabria, chi possiede il medesimo reddito annuale, ne paga quasi il triplo, vale a dire circa 680. Il gap aumenta, inoltre, col crescere del reddito: «Per chi guadagna 40.000 euro – si legge nel quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi – il prelievo fiscale locale oscilla tra i 778 euro di Cagliari e i quasi 1.470 euro di Salerno».
La classifica dei capoluoghi di provincia maggiormente “esosi” vede in testa, per la fascia da 20.000 euro, Vibo Valentia con 686 euro. Seguono Salerno (627), Avellino e Napoli (607), quindi Roma (606). Salerno ha il peggior risultato per i redditi da 40mila euro, con 1.468 euro, seguita dalla Capitale e dalle città campane.
Nel Nord, ma anche al Centro, le politiche della fiscalità locale sembrano distanti anni luce: a Trento e Bolzano non viene applicata alcuna addizionale comunale. Mantova, Milano e Firenze hanno introdotto soglie di esenzione che azzerano la quota comunale per i redditi fino a 20.000 euro, lasciando a carico dei cittadini solo il prelievo regionale.
Sarebbe ora che a livello centrale venissero introdotte norme per “unificare” il Paese ed impedire che il costo venga caricato, ancora una volta, solo sul Mezzogiorno.





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