L’Europa deve decidere al più presto se accettare la sfida del nuovo mondo oppure si condannerà all’irrilevanza, alla perdita del ruolo e soprattutto dei valori che hanno caratterizzato la sua storia. La dura, drastica ricetta per il futuro dell’Europa la detta Mario Draghi nel suo nuovo libro “Competere o sparire – Per un nuovo paesaggio europeo”, edito da Rizzoli. Che non è, come potrebbe apparire a prima vista, solo una raccolta dei suoi interventi pubblici svolti negli ultimi tre anni perché, se letti in ordine cronologico, quei discorsi consentono di capire come l’ex premier italiano abbia indicato, anno dopo anno, la strada da seguire e le soluzioni per affrontare i problemi. Le minacce erano e sono tante: i conflitti geopolitici, le tensioni con gli Stati Uniti, i dazi, la dipendenza dalle materie prime, la sfida energetica, la competizione con la Cina, il neo protezionismo globale, il ritardo tecnologico ed altro ancora. Ma per superare ostacoli di così enorme dimensione, per Draghi è necessario un cambio radicale dell’Unione, con nuovi trattati, con una struttura federalista pragmatica ed investimenti comuni nei settori strategici, difesa compresa. L’Unione del 27, insomma, dovrà agire come un solo Stato.

Una Unione che può farcela, se è vero come è vero che finora ha saputo mettere da parte secoli di conflitti, ha saputo superare «enormi ostacoli politici, economici, sociali». Ecco che allora l’ex presidente della Bce si chiede se quell’idea sia ancora «condivisa», se sia rimasta intatta «l’ambizione del recente passato». Ma la risposta è una sola. E la «dobbiamo ai padri fondatori dell’Europa, a noi stessi, a chi verrà dopo di noi». 

Il pericolo più serio resta la mancanza di percezione del rischio che l’Europa corre, con il conseguente pericolo di trasformarsi in un piccolo continente antico. Bisogna a questo punto – esorta Draghi con forza – rompere le incrostazioni di un sistema ormai vecchio. «Ogni sfida che avevamo identificato un anno fa è diventata più acuta», era l’incipit del discorso pronunciato a Bruxelles un anno dopo la pubblicazione del suo Rapporto sulla competitività europea. Era un monito per la lentezza nell’applicazione delle riforme. «Il problema – incalzava Draghi nel discorso di Aquisgrana di un mese fa – non è la mancanza di ambizione tra i leader. È quanto accade dopo che l’ambizione entra in moto. Gli accordi vengono elaborati attraverso comitati che diluiscono e ritardano, finché il risultato non somiglia più a ciò che era previsto». 

Martin Wolf, firma illustre del Financial Times, nella prefazione comincia subito col definire Mario Draghi «il profeta dell’Europa»: «non più uomo d’azione», ma «uno dei suoi pensatori più rilevanti», in grado di cogliere tutta l’urgenza dei cambiamenti. Perché il nuovo mondo va veloce. Non solo Stati Uniti e Cina ma, sottolinea Wolf, anche l’economia dell’India, che «tra una generazione eguaglierà quella europea e fra trent’anni sarà quattro volte superiore».

Il volume è, nel suo complesso, un potente atto d’accusa verso il sovranismo europeo con cui gli Stati regolano i loro rapporti e che si manifesta in ogni vertice a Bruxelles.  

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