Quest’oggi ci tocca occuparci di due vicende giudiziarie, fra loro diverse, eppure accomunate da quel malessere che colpisce parte dell’opinione pubblica italiana quando viene correttamente sollecitata alla riflessione, una riflessione capace di andare oltre la “pancia”, ben dietro la ratio e le conseguenze di certe decisioni. Lo facciamo seguendo giornalisti coraggiosi, dalle mani libere, che ci conducono dentro queste diverse storie.

Vogliamo cominciare da Antonino Monteleone, l’ex Iena oggi conduttore impeccabile di Filo Rosso, il nuovo format d’inchiesta che va in onda il lunedì sera su Rai 3 ed ha già dato prova di un giornalismo investigativo che nobilita la professione. Non per niente Monteleone era stato scelto da Cuno Tarfusser, magistrato controcorrente e “contro-correnti” da sempre, per condurre il dibattito del 30 maggio scorso al Castel Mareccio di Bolzano sul tema “Errori giudiziari-Innocenti in carcere”. Antonino lo ha fatto senza usare giri di prole o formule di convenienza, introducendo giuristi e colleghi dalla schiena non meno dritta – in primis Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone di errorigiudiziari.com – e spiegando al pubblico quali dovrebbero ancora essere le regole alla base del giornalismo.

Questa lunga premessa per cominciare a capire come sia possibile che per un collega come Antonino Monteleone solo poche settimane fa un pm abbia potuto chiedere otto mesi di reclusione per un’inchiesta giornalistica delle Iene sulla morte di David Rossi, una delle più controverse vicende giudiziarie degli ultimi anni.

Va ricordato che David Rossi, all’epoca giovane e brillante capo della comunicazione di Monte Paschi di Siena, precipitò improvvisamente dalla finestra del suo ufficio in Rocca Salimbeni, quartier generale dell’istituto a Siena, la sera del 6 maggio 2013. Un caso che ora si riapre, grazie alla commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Gianluca Vinci, giunta alla conclusione che non si trattò di suicidio bensì – come si era sospettato fin dal primo momento – di omicidio. Nell’inchiesta delle Iene (vedi foto in apertura), andata in onda ad aprile 2018, era stata intervistata la figlia di Rossi, mai convinta del suicidio. E oggi, mentre la commissione parlamentare comincia a gettare luce, dopo anni di indagini giudiziarie, a pagare dovrebbe essere proprio il coraggioso cronista che con le sue inchieste ha contribuito a far riaprire il caso.

E’ lo stesso Monteleone a ricostruire cosa è accaduto, in un post recentissimo. Dopo sette anni di processo, il 24 giugno 2026 «il pubblico ministero di Genova ha chiesto che a me e ai colleghi Marco Occhipinti e Davide Parenti venisse privata la libertà personale per aver fatto ciò che un giornalista dovrebbe: le inchieste. La puntata incriminata è quella su David Rossi. Secondo l’accusa, avremmo leso la reputazione di alcuni magistrati senesi, dichiaratisi offesi dalla redazione de Le Iene e dal sottoscritto. Magistrati i cui nomi, è bene ricordarlo, non sono mai stati pronunciati nelle nostre inchieste. Magistrati le cui presunte offese restano, ancora oggi, totalmente vaghe».

Solidarietà a Monteleone? Ordine dei Giornalisti: non pervenuto. Si schierano al suo fianco solo pochi colleghi non meno fermi nella volontà di esercitare questa professione con il dovuto senso critico, costi quel che costi. Ad esempio Rita Cavallaro de Il Giornale, profonda conoscitrice del caso Garlasco, recentemente minacciata di morte proprio per le sue inchieste su questa non meno oscura vicenda. «Continuo a rimanere allibita – scrive Cavallaro – dal doppiopesismo dei paladini della giustizia, che invocano il Media Freedom Act quando a denunciare il bavaglio sono i giornalisti di sinistra, mentre si voltano dall’altra parte se lo schieramento non è quello giusto. Come d’altronde accade a me con le minacce di morte ricevute». «Per quello che vale, ti sono vicina in questa battaglia: il carcere per i giornalisti è una barbarie», conclude Cavallaro.

A Monteleone e a Rita Cavallaro va tutta la più convinta solidarietà della nostra redazione. La Fondazione Gaetano Salvemini e L’Umanità da sempre si battono per l’affermazione di una stampa libera, non condizionata, al servizio esclusivamente dei lettori, in ossequio ai principi costituzionali e liberali che dovrebbero ispirare tutte le istituzioni del nostro Paese.

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