
La spinta verso il “green” della maggioranza Ursula, il blocco di sinistra che comanda in. Commissione europea, sta producendo risultati che mettono in pericolo l’economia di buona parte dell’Unione. L’ultima notizia in ordine di tempo è la chiusura, annunciata da Volkswagen, di quattro stabilimenti in Germania, con un taglio dei lavoratori che stando alle fonti ufficiali riguarderebbe circa 45.000 unità, ma secondo altre potrebbe arrivare al doppio.
Un autentica disfatta, quella che investe l’intero continente e trova le sue radici nelle politiche comunitarie irriducibili tese ad imporre le auto a energia elettrica, attuata sbandierando lo spauracchio dell’inquinamento da combustibili fossili, così consegnando, di fatto, il primato mondiale dell’automotive alla Cina, principale produttore di batterie elettriche al litio.
A lanciare l’allarme è stato Financial Times, secondo cui il colosso tedesco «prevede di tagliare fino a 100mila posti di lavoro e di interrompere la produzione in quattro stabilimenti in Germania», accelerando quindi i suoi piani di riduzione dei costi da attuare entro il 2030. Nel frattempo, il Gruppo avrebbe già finalizzato gli accordi contrattuali per l’uscita di 37mila lavoratori, come riportato dal quotidiano tedesco Handelsblatt, che cita fonti aziendali. I quattro stabilimenti che potrebbero chiudere sono quelli Volkswagen di Hannover, Zwickau ed Emden, oltre allo stabilimento Audi di Neckarsulm.
A pesare su questo autentico collasso annunciato del gigante europeo dell’auto è, come primo fattore, la concorrenza con la Cina. Mentre l’Europa è alle prese con una crisi energetica senza precedenti, aggravata dai dazi americani, i produttori non cinesi guadagnano rapidamente terreno.
Dopo essere stata per anni primo costruttore in Cina, già nel 2024 Volkswagen è stata scavalcata da BYD, scivolando poi al terzo posto nel 2025. Il mercato cinese, a lungo decisivo per i conti del gruppo, si è trasformato in un fronte critico. Peraltro, il declino non riguarda solo il marchio Volkswagen: anche i produttori premium come BMW stanno subendo il contraccolpo, segnale che la difficoltà investe l’intera presenza tedesca nel Paese.
Il problema vero è che i costruttori cinesi stanno crescendo rapidamente anche in Europa, il terreno di casa di Volkswagen, e si espandono nei mercati emergenti. BYD, Chery, SAIC e Leapmotor hanno raddoppiato in un anno la loro quota di mercato europea complessiva da inizio anno fino a maggio. E decine di altri marchi cinesi si preparano a lanciare i propri modelli in Europa a breve. In sostanza, i costruttori cinesi come BYD avanzano non solo sul mercato domestico, ma sempre di più anche in Europa.
A soffrirne sarà naturalmente anche l’indotto, che riguarda una miriade di aziende italiane. Oggi infatti l’indotto italiano di Volkswagen genera un volume d’affari stimato tra 1,5 e 2 miliardi di euro all’anno. E’ una vasta rete di subfornitura fortemente integrata con l’industria tedesca – che assorbe in totale 5 miliardi di euro dal nostro Paese – e vede le aziende piemontesi, lombarde ed emiliane in prima linea nella componentistica. Secondo l’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica (ANFIA), ogni 15.000 esuberi in Volkswagen rischiano di costare circa 45.000 posti di lavoro nelle aziende fornitrici, comprese quelle italiane.
In un simile scenario non so se faccia più male al nostro Paese la crescita esponenziale, irrefrenabile della Cina – che, permettetemi di ricordarlo senza sembrare nostalgico, già vent’anni fa Silvio Berlusconi indicava come il principale, potenziale pericolo per l’Europa – o le sconsiderate politiche green della Commissione Europea che, in nome di questioni essenzialmente ideologiche, pensando al futuro energetico fra cinquant’anni, dimenticano la carne viva di oggi, quella delle famiglie e dei lavoratori.
Renato d’Andria





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