
Dopo che lo scorso 29 aprile Palazzo Chigi aveva annunciato l’istanza di costituirsi parte civile nel rogo di Capodanno in cui persero la vita sei giovani italiani e altri quattordici rimasero feriti, ieri è arrivata la notizia che la Procura di Sion ha respinto la richiesta presentata dall’Italia. L’incredibile decisione, emessa il 23 luglio, è stata notificata all’avvocato di Ginevra Romain Jordan, incaricato di rappresentare il governo italiano nel procedimento.
«Né la cittadinanza italiana di diverse vittime, né i costi sostenuti dalla Repubblica Italiana per prestare assistenza ai propri cittadini vittime dei fatti perseguiti – scrivono i magistrati elvetici – sono idonei a conferire la qualità di parte lesa». Eppure, oltre alla perdita di giovani vite umane per l’incuria di una struttura svizzera e la mancanza di controllo adeguati da parte di autorità locali, l’Italia aveva prestato i primi soccorsi anche ai ragazzi feriti di altre nazionalità, senza contare il fatto che alcuni tra gli italiani gravemente ustionati nel rogo, a distanza di otto mesi da quella tagica notte, sono tuttora affidati alle cure di specialisti in ospedali italiani.
La motivazione con cui viene escluso lo Stato italiano dalla possibilità di partecipare al procedimento penale come parte civile rischia di alimentare ulteriormente le tensioni che hanno accompagnato l’inchiesta sin dalle prime fasi. Dopo la tragedia, infatti, tra le autorità italiane e quelle svizzere non sono mancati momenti di attrito sulla gestione delle indagini e sul coinvolgimento della magistratura italiana. Per non parlare poi delle proteste ufficiali per il mancato arresto dei coniugi Moretti, i titolari del locale e tra i primi iscritti nel registro degli indagati. Tanto che la stessa Procura di Roma aveva aperto un fascicolo parallelo per accertare le responsabilità nella morte dei sei connazionali, mentre il governo italiano aveva più volte manifestato l’esigenza di seguire da vicino gli sviluppi dell’inchiesta elvetica, anche per tutelare gli interessi delle vittime e dei loro familiari. Siamo arrivati al punto che i difensori di alcune famiglie italiane avevano chiesto la ricusazione di quella sede giudiziaria, anche in considerazione della lungaggine delle indagini e dell’aver lasciato a piede libero o ai domiciliari i titolari del locale.
Non si scompone la procura del Canton Vallese, che scrive: «affinché la qualità di danneggiato sia riconosciuta allo Stato, non basta che quest’ultimo sia colpito dal reato negli interessi pubblici che ha il compito di difendere o promuovere; esso deve essere colpito direttamente nei suoi diritti personali, al pari di un privato». «Quando l’organo statale agisce come titolare della pubblica potestà – aggiungono – difende interessi pubblici e non può contemporaneamente essere colpito direttamente in interessi individuali propri; in tal caso, la tutela degli interessi pubblici, di cui è garante, spetta al Ministero Pubblico».
Immediata la presentazione del ricorso da parte delle autorità italiane. Infatti, per il tramite dell’avvocato svizzero che tutela gli interessi italiani è stato presentato un ricorso dettagliato e articolato per confutare tutte le prospettazioni del giudice svizzero del tribunale che «non sono condivise e che sono superate», anche alla luce della giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo.
L’Italia insomma non ha alcuna intenzione di mollare, lo deve alla memoria delle sei giovanissime vittime. Lo scorso 30 luglio il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha incontrato Francesco Riva, il presidente dell’Associazione ‘Oltre Crans Montana 1° gennaio 2026 – famiglie italiane dei sopravvissuti e padre di uno dei ragazzi rimasti feriti nell’incendio del bar Le Constellation nella notte di Capodanno. L’Associazione è stata costituita il 7 luglio scorso per rappresentare la maggioranza delle famiglie italiane coinvolte nella tragedia e diventare un interlocutore nella tutela dei sopravvissuti e nell’accertamento della verità.





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