Dopo un breve accenno sui media di qualche giorno fa, sta pressoché passando sotto silenzio il baratro in cui è precipitata la più grande casa automobilistica europea, un pilastro dell’economia comunitaria e dell’intero continente. La sua crisi ci riguarda molto da vicino, e non solo per il consistente indotto delle imprese italiane. L’ondata furiosa di fischi e proteste che ha accolto all’impianto di Emden l’auto dell’AD, Oliver Blume, ci racconta l’acme di un processo che rischia di deteriorare non solo Wolkswagen (le auto del popolo, ricorderete…), ma anche l’impianto di reciproca intesa su cui finora ha poggiato le sue basi l’Unione Europea.

Il popolo, i cittadini dei 27, cominciano a non crederci più, al sogno di un’Europa forte, resiliente, fiera della propria indipendenza e di un apparato industriale in grado di competere sui mercati internazionali. E non ci credono per una ragione molto semplice: perché i fatti dimostrano che, dopo tanti anni a guida von der Leyen e a trazione centrosinistra, quel modello si è sfaldato, pezzo dopo pezzo. Peggio: non esiste più.

In Germania, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il taglio secco del management. «Wolkswagen – ha spiegato Blume – deve risparmiare, la situazione è seria». «Tutti i settori devono dare il proprio contributo», ha aggiunto parlando con le maestranze, prima di annunciare che il taglio riguarderà anche il 25% circa del management interno all’azienda.  Situazione mai verificatasi prima. Nei giorni precedenti Blume aveva confermato i 50.000 tagli aggiuntivi (per un totale di 100.000), la metà dei quali in Germania, ma i sindacati temono si arrivi anche a 115.000 esuberi, su un totale di 657.000 dipendenti a livello mondiale.  

Non è estraneo, a tutto questo, il peso che la Commissione Europea ha avuto, con scelte politiche discutibili e, a parere di chi scrive, assai poco lungimiranti rispetto alla rapida evoluzione del quadro socio-economico mondiale. La stessa presidente Ursula von der Leyen pochi giorni fa, durante un business forum a Parigi, ha  ammesso che i vecchi vantaggi dell’economia europea sono tutti scomparsi. Il modello economico europeo, ha spiegato, poggiava su diversi pilastri: energia a basso costo importata dalla Russia, commercio globale, crescente accesso al mercato cinese, protezione strategica degli Stati Uniti e leadership tecnologica occidentale. Ma – come osservano i più attenti analisti – quei vantaggi non sono scomparsi per caso. A demolirli sono state  scelte come quella delle ripetute sanzioni che hanno reciso i legami energetici ed economici con la Russia, senza contare l’insensata guerra commerciale contro la Cina, per non dire di quell’eccesso di regolamentazione che ha man mano soffocato l’industria europea.

L’unico ad accorgersi di quanto sta accadendo è stato Mario Draghi. In un articolo della settimana scorsa, su questo giornale vi abbiamo dato in anteprima la notizia della nascita di  Rhine Group, il think  thank fondato dall’ex presidente della Bce con Patrick Collison, fondatore e ad di Stripe , nonché membro del Consiglio d’amministrazione del colosso MetaRhine ha suonato l’allarme. E dato una potente “sveglia” all’Europa. «L’agenda delle riforme è bloccata», ha spiegato a El Pais l’ex eurodeputato liberale Luis Garicano, cui è affidata la direzione operativa di Rhine. E per rimettere in moto l’agenda, il progetto prevede ricerche commissionate ad esperti e riunioni almeno annuali tra economisti, politici e imprese. Scopo ultimo della nuova creatura è quello di tradurre in fatti le raccomandazioni del rapporto Draghi, pietra miliare dell’economia europea nel 2025, rimasta però senza una piena attuazione.  

Tutto questo accade mentre alcune tra le principali nazioni fondatrici dell’UE, Italia compresa, si avviano al voto per rinnovare esecutivi e parlamenti, con destre, anche estreme, che avanzano nei sondaggi.

Non resta che affidarsi al rigore visionario di Draghi e della sua Rhine, se l’Unione intende conservare governi liberali e democratici, in grado di garantire effettivamente progresso e benessere per i popoli europei.

Renato d’Andria

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