L’impoverimento delle famiglie italiane tra il 2014 e il 2023 è stato generalizzato, ma il calo è stato più forte per le famiglie dei ceti bassi e medio-bassi, appartenenti al primo e al secondo quinto della distribuzione, con una riduzione rispettivamente del volume degli acquisti dell’8,8% e dell’8,1%.

Anche le famiglie del ceto medio e medio-alto, appartenenti al terzo e quarto quinto, hanno diminuito le loro spese reali in maniera più significativa rispetto alla media nazionale (-6,3% il terzo e -7,3% il quarto), mentre le famiglie più abbienti, appartenenti all’ultimo quinto, hanno contenuto le proprie perdite con un -3,2%.

Restiamo ancora sul Rapporto Istat, appena diffuso, perché alla crescita del Pil e della produttività fa purtroppo da contrappunto un rovescio della medaglia: la spesa equivalente delle famiglie è cresciuta in termini nominali del 14% ma se si depura dalla crescita dei prezzi è diminuita del 5,8%.

Cresce insomma, e di molto, il divario in termini reali tra famiglie più e meno abbienti, con distanze che si sono ampliate in particolare nell’ultimo triennio. A causa della ripresa inflazionistica, le famiglie con minori capacità di spesa hanno dovuto scontare un aumento dei prezzi più forte rispetto a quelle più benestanti. Il fenomeno si è registrato soprattutto nel corso del 2022, quando l’inflazione è stata molto alta e trainata da energetici e alimentari, beni essenziali che pesano in misura maggiore sulla spesa delle famiglie con maggiori vincoli di bilancio. Rispetto al 2020, le famiglie più povere hanno avuto a fine 2023 un’inflazione specifica del 22,2%, rispetto al 15,1% delle famiglie più benestanti (+17,4% la media complessiva). 

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