L’Italia può liberarsi dal macigno del debito pubblico, ma deve farlo con rigore e costanza, attraverso la gestione prudente dei conti pubblici ed una rinnovata, concreta lotta agli sprechi, ma soprattutto spingendo il pedale della crescita economica, della produttività e dell’innovazione. Il debito pubblico va posto su una traiettoria stabilmente discendente. E quanto più la prospettiva di riduzione del debito sarà credibile, tanto minori saranno i rendimenti che gli investitori chiederanno per detenerlo.

Chiara e netta la linea economica da seguire secondo il governatore Bankitalia Fabio Panetta nella prima Relazione Annuale della Banca d’Italia, dopo la sua ascesa al vertice dell’Istituto nel novembre dello scorso anno.

Nelle 27 pagine della Relazione il governatore punta i riflettori con decisione sui punti di forza ma anche sulle principali debolezze del nostro Paese, indicando le strade che portano ad invertire le rotte del declino.

Tra i principali «problemi gravi, radicati e di difficile soluzione», Panetta indica il ritardo economico del Mezzogiorno e l’elevato debito pubblico, che definisce «questioni ineludibili per la politica economica del Paese». Esiste tuttavia “un’Agenda” da seguire che, per Panetta, è chiara e «va realizzata per tornare a crescere e per contare in Europa, e con l’Europa contare nel mondo». 
Punti chiave di questa Agenda sono, in sintesi, aggiornamento tecnologico, sviluppo della ricerca, miglioramento delle competenze, maggiore apertura dell’economia alla concorrenza.

Va allontanato il rischio della stagnazione, insomma, anche se – come ricorda il documento Bankitalia – l’Italia è stato il Paese con la minore crescita del Pil pro capite negli ultimi 25 anni e i salari sono inferiori di un quarto a quelli di Francia e Germania. «Eppure dal 2019 in poi il Pil italiano è cresciuto del 3,5%, più dei nostri vicini, così come la dinamica degli investimenti e delle esportazioni, e l’occupazione è aumentata di quasi 600mila persone». La Relazione evidenzia dunque elementi di vitalità inaspettata nella nostra economia. Ma qui viene anche l’avvertimento: «una crescita sostenuta potrà proseguire solo se spremo affrontare le conseguenze del calo e dell’invecchiamento della popolazione e ad imprimere una decisiva accelerazione alla produttività».

Ci siamo arrivati, al punto debole del crollo demografico. Se confermate, le previsioni Istat stimano da qui al 2040 un calo di 5,4 milioni di persone in età lavorativa. Ciò significa che, nonostante un afflusso annuo di 170 mila immigrati dall’estero, il Pil italiano è destinato a ridursi del 13%.

Esiste anche in questo caso una “ricetta”: in primis frenare l’esodo dei giovani laureati, basti solo pensare ai 525mila che tra 2008 e 2022 se ne sono andati a cercare migliori opportunità di stipendio e di carriera.

«Sono anni – dichiara il presidente della Fondazione Salvemini Renato d’Andria – che ribadiamo la necessità di politiche maggiormente attrattive per i nostri giovani talenti, ma finora non abbiamo visto iniziative concrete. E penso – conclude – anche alla condizione delle giovani donne, che in molti Paesi esteri trovano aiuti ben più consistenti che in Italia se durante la loro carriera lavorativa mettono al mondo dei figli».

Decisiva infine, per Panetta, la piena attuazione delle riforme e degli investimenti del Pnrr che «oltre a innalzare il prodotto di oltre di 2 punti percentuali nel breve termine, avrebbe effetti duraturi sulla crescita dovuti a incrementi di produttività stimabili tra 3 e 6 punti percentuali in un decennio». 

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