Andiamo avanti con la pubblicazione del volume La Pace Possibile, che raccoglie gli atti dell’omonimo convegno organizzato dalla Fondazione Salvemini e tenutosi a Roma il 21 settembre 2011. La parola ora va a Sergio D’Elia, battagliero, storico attivista di “Nessuno tocchi Caino”, che tante battaglie per la libertà e la giustizia ha condotto insieme a Marco Pannella ed al presidente della Fondazione Salvemini, Renato d’Andria.   

SERGIO D’ELIA

NESSUNO TOCCHI CAINO

Mi era stato chiesto dall’amico Renato di relazionare un po’ su quello che sta accadendo in queste ore al Senato, dove è stata per la terza volta nella storia della Repubblica convocata una riunione straordinaria del Parlamento, guardate un po’, su che cosa? Sui problemi di Berlusconi, sui problemi del nostro Paese, il debito pubblico, sulla probabilmente necessaria nuova manovra per rientrare nei parametri che l’Europa pone al nostro Paese rispetto al nostro debito pubblico? No, è stata convocata – anzi autoconvocata, perché è stato attivato un articolo preciso della Costituzione italiana – per discutere della giustizia. Su questo mi è stato chiesto di relazionare, su questo dirò qualcosa.

La mia storia credo che sia ormai nota e non può essere sintetizzata in pochi minuti, dico semplicemente che posso parlare della mia vita come in realtà di una prima e di una seconda vita. C’è stata la mia prima vita, 30-35 anni fa, in cui insieme, non dico ad una generazione, ma insieme ad una parte di una generazione di questo nostro Paese, si pensava di poter costruire il paradiso in Terra, richiamandoci a quello che un po’ i filosofi di tutti i tempi dicevano, e cioè che in realtà i salti nella storia, le rivoluzioni, i passaggi epocali sono possibili nella misura in cui viene esercitata la violenza. Si diceva anche che il fine giustifica i mezzi, la violenza levatrice della storia. Ci siamo nutriti di questa filosofia, di questa ideologia, arrivando alle estreme conseguenze dell’atto vio- lento, tragico, che appunto non annuncia nulla di nuovo perché, se mai, non è vero che il fine giu- stifica i mezzi, ma i mezzi che si usano in ogni cosa, anche nella lotta politica, quei fini li deter- minano, li prefigurano, li pregiudicano.

La nostra lotta armata di quel tempo, della mia prima vita, è stato un tentativo di tradurre in pratica quella che era, anche per persone che non hanno mai sfiorato con un dito nessuno, una filo- sofia, un’ideologia molto corrente. Ho pagato le conseguenze di quella scelta, io e i miei compa- gni. Un grande giornalista ha detto che se solo una parte di una generazione è stata, come dire, avvolta in quella tragedia, coinvolta in quella tragedia, e non un’intera generazione – era Montanelli che lo diceva – è grazie al fatto che non c’erano soltanto appunto i violenti, i terroristi, ma c’era anche chi in quegli stessi tempi, in quegli stessi momenti, usava invece la non-violenza, la pratica della democrazia diretta, i referendum. Si riferiva a Marco Pannella, ai Radicali, che hanno avuto questo ruolo di argine affinchè la violenza non dilagasse nella maniera più tragica di quanto già non fosse dilagata.

Marco Pannella con Renato d’Andria


Poi diciamo che c’è una mia seconda vita, l’ultima parte della vita. Visto che ormai parliamo di quasi un quarto di secolo della mia vita, io l’ho dedicata a una sorta di scherzo che Pannella mi ha fatto, una sorte di legge del contrappasso, cioè io che avevo usato la violenza e concepito l’omici- dio politico come levatore della storia, avrei dovuto dedicare la mia seconda vita a tentare di riparare in termini di non-violenza, di rispetto della vita e dei diritti umani, per chiudere una parabola, forse in termini cristiani, così la pos- siamo definire… lui mi ha accolto perché io dedi- cassi la mia seconda vita alla causa degli ultimi, dei deboli, dei carcerati, dei condannati a morte nel mondo, fondando Nessuno tocchi Caino. E ora possiamo dire che Nessuno tocchi Caino è patrimo- nio non solo del nostro Paese – che ha portato nel mondo l’obbiettivo, raggiungendolo nel 2008, di una moratoria universale delle esecuzioni capitali – ma è un patrimonio ormai dell’umanità, perché quella moratoria è stata accettata dall’assemblea internazionale delle Nazioni Unite.

Passo ora alla cosa più attuale e al motivo per cui sono qua. Già sul titolo: io voglio onorare l’in- vito che la Fondazione Gaetano Salvemini mi ha fatto, a partire dal titolo. Non penso che si possa parlare di Pax Togliattiana né tanto meno di Pax Berlusconiana per un semplice motivo: la mia analisi, che è poi l’analisi dei Radicali, di Pannella, è che in realtà non vi è stata con la liberazione dal fascismo una vera soluzione di continuità rispetto al regime fascista. La nostra analisi ci fa dire semplicemente che si è passati dal “partito unico del fascio” al “fascio unico dei partiti” che hanno go- vernato e occupato l’Italia in questi 60 anni.

I regimi di solito hanno una cadenza ventennale, quelli più lunghi, 30 anni o 40 anni. E se ne sono liberati, i popoli nord-africani. Gheddafi non c’è più, nemmeno un anno fa facevamo un patto strategico con la Libia, fatto di amicizia, di cooperazione, pensando che dovesse durare nei secoli, e nel giro di un anno un anno e mezzo è saltato il referente di quel patto. Mubarak non c’è più, Ben a Li è costretto alla fuga, la rivolta dei Paesi arabi contro i regimi di 30 – 40 anni è stata qualcosa che, a parer mio, in termini di urgenza anche il nostro Paese meriterebbe, perché non parliamo di regimi di 20, 30 o 40 anni, ma parliamo di un regime di 60 anni che dura nel nostro Paese.

Quindi il problema non è l’epigono o l’appendice di un regime, cioè quello di Berlusconi, del suo ventennio, perché Berlusconi è solo il pro- dotto dei due ventenni precedenti. C’è una cadenza ormai ventennale, segnata nei primi anni ‘70. Quindi sostanzialmente dopo vent’anni, venticinque anni dalla liberazione, c’è un cambio, determinato proprio da Marco Pannella e dalle sue rivolte culturali, rivoluzioni culturali apparente- mente di costume. Il divorzio è stato una rivoluzione nel nostro Paese, che ha segnato una fase e un ventennio; un altro è stato quello successivo, dei primi anni ‘90.

Io credo che noi ci troviamo in una situazione nella quale possiamo già dire che è matura la fine dell’altro ventennio, che coincide con la fine del sessantennio, per cui qui il problema non è, come Facci diceva prima, che non c’è qualcosa, qual- cuno dal futuro che si propone, ma quello che si affaccia è qualcosa dal passato. Il problema è che va voltata faccia rispetto ad un passato che dura da 60 anni, ed è un cambio di regime quello di cui ha bisogno il nostro Paese, però con l’accortezza e con la prudenza e la ragionevolezza con cui Marco di solito concepisce i cambi di regime, perché non ci siano sfascismi, non ci siano sfasci, cioè le distruzioni sulle cui ceneri poi non costruisci più nulla.

Ed arrivo all’attualità, la questione della giustizia. Qui non se n’è parlato se non per dire dei magistrati, della guerra civile, ecc… Quella della giustizia nel nostro Paese è una questione innanzitutto istituzionale e sociale, ma lo è in termini prepotenti, lo è in termini numericamente significativi, nel senso istituzionale, perché il nostro Paese viene condannato ripetutamente – negli ultimi 50 anni, mille volte, a confronto della Germania 50, a confronto della Spagna 30 – mille volte dalla giustizia europea, per che cosa? Per come si comporta nei tribunali e nelle carceri, per dene- gata giustizia il 90% delle volte.

Gli stati si edificano sulla base della giustizia, cioè, cos’è lo stato se non è il regolatore dei conflitti sociali? Chi ha subito un torto deve sperare di poter essere risarcito. Secondo le parole del Consiglio d’Europa, se dovessimo poi tradurle in termini di atti conseguenti, il nostro Paese, pro- prio per come si comporta nell’amministrazione della giustizia, mette a repentaglio – e il rischio secondo me è ormai avanzato – i propri fonda- menti di stato di diritto. Cioè il Consiglio d’Europa considera il nostro, per la sua non- amministrazione della giustizia, un Paese che andrebbe nella classifica di Freedom House inserito fra quelli non liberi. E non è un problema del ventennio berlusconiano, è un problema, ripeto, di un regime che dura da 60 anni.

Il Consiglio d’Europa ci condanna mille volte? Beh, noi sappiamo che sono esclusi dai benefici carcerari, buona condotta, liberazione anticipata, il permesso premio, la semilibertà, o dagli indulti, quei detenuti considerati recidivi, delinquenti abituali, delinquenti professionali. Come definiamo uno stato, quindi non un individuo, condannato per mille volte dalla giustizia europea per denegata giustizia? E’ una grande questione istituzionale.

La proposta di amnistia di Marco Pannella non è una proposta buonista, non è un atto di indulgenza, non è un atto rivolto ai detenuti, alle vittime della giustizia per sanare la mala giusti- zia: è un atto di buon governo per cercare di ripristinare le regole democratiche fondamentali del nostro Paese, per il rientro nella legalità del nostro Paese. Così pure per l’indulto: non è un atto di clemenza, è un atto di governo in un’amministrazione penitenziaria nella quale oggi i dete- nuti, non solo la comunità penitenziaria, sono vittime di una situazione strutturale di tortura. Per questo veniamo condannati, perché sono 70.000 quasi i detenuti in spazi regolamentari pre- visti per 40-45.000. Quindi ci sono 20-25.000 detenuti in più, sono costretti a vivere in una situazione… qui non è che ci sono i torturatori, le guardie ecc., perché sono vittime di questa situazione i direttori, gli agenti di polizia penitenziaria, gli educatori, gli psicologi. E quindi si tratta di liberare il nostro Paese da questa ipoteca, cioè di Paese che rischia di non essere più, anzi secondo me non è più… la mia analisi è che il nostro è se mai un Paese di “democrazia reale”, ciò che è l’opposto della democrazia, come è accaduto nella storia che i regimi di “socialismo reale” si connotassero come l’opposto del socialismo. Quindi noi siamo un Paese di democrazia reale, come quelli erano paesi di socialismo reale.

E’ giusta la proposta che si fa adesso di discutere del debito pubblico perché siamo sotto scru- tinio degli organi internazionali, perché ce lo impone la comunità europea, addirittura la Banca Centrale Europea ha proposto agli stati membri, e il riferimento è anche all’Italia, di inserire nella Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio. Ma nella nostra Costituzione c’è già, c’è l’articolo 81 ed ha funzionato, almeno fino a quando è arrivata la deroga della Corte Costituzionale, che ha fatto sì che debba essere tendenziale, il pareggio di bilancio, per gli esercizi futuri.

E c’è il governo che l’8 settembre scorso ha presentato una proposta di modifica costituzio- nale per rafforzare il principio originario del pareggio di bilancio, proposta sostenuta non solo dalla maggioranza, ma anche dall’opposizione.

E il pareggio di bilancio dell’amministrazione della giustizia? Con 3 milioni e 300mila processi pendenti nel nostro Paese, con 10 milioni di prescrizioni negli ultimi dieci anni? E’ l’amnistia di classe, clandestina, strisciante… tutti sono contro l’amnistia… ma questa amnistia di fatto, per cui ogni anno ci sono 180 mila prescrizioni nel nostro Paese?

Quello dell’amministrazione della giustizia è un bilancio ben più disastroso di quello del debito pubblico. Se c’è un debito pubblico è quello giudiziario, accumulato dallo Stato italiano nei confronti dei cittadini che attendono 400 giorni nei procedimenti dei pm, altri 400 davanti ai tribunali, e si arriva a 700 giorni per sentenze delle corti d’appello. Beh, questo è il debito che lo Stato italiano ha accumulato nei confronti dei cittadini italiani… Altro che inserire nella Costituzione il pareggio di bilancio: andrebbe inserito nella Costituzione il pareggio di bilancio dell’amministrazione della giustizia. Per cui quel mito, quella ipocrisia della obbligatorietà dell’azione penale, per cui si è obbligati a procedere per qualsiasi cosa, in realtà si risolve nella discrezionalità di fatto: decidono i magistrati, impotenti a seguire tutto e a procedere contro tutto, la discrezionalità di scegliere cosa perseguire e cosa lasciare nei cassetti perché vada in prescrizione.

Questo debito, per cui all’obbligatorietà dell’azione penale non corrisponde la certezza della copertura di quell’azione, facendo un’analogia con i temi oggi proposti, comporterebbe che alla fine dobbiamo… essere commissariati.

Allora, amnistia subito. Per quali reati? Qui dovrebbe valere una regola, si decida: quelli con dieci anni al massimo di pena. La logica deve essere individuata. Di certo, tagli lineari. Si tira una linea e poi chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Se non riesce a farlo il ministro della giustizia lo faremo fare a Tremonti, che è un esperto di tagli lineari… Ma si deve fare.

Ne beneficerà Berlusconi? Bene, ce ne faremo una ragione. E sarebbe una buona volta in cui il beneficio non è per uno o per pochi, ma per milioni di cittadini italiani che non hanno uno stuolo di avvocati che facciano tirare il processo per le lunghe sperando nella amnistia di fatto chiamata prescrizione.

Il presidente della repubblica è intervenuto al Senato al convegno del 28 e 29 luglio promosso da Marco Pannella. «La questione giustizia – ha detto testualmente – è di una prepotente urgenza dal punto di vista costituzionale e civile».

Siccome ha usato parole radicali, come al solito è stato trattato come un radicale. Le sue parole sono diventate vietate alla conoscenza del popolo italiano. Perché il popolo italiano, se conoscesse i dati che io ho appena accennato, sarebbe forse più attrezzato e non ci sarebbe la solita demagogia per cui non si può parlare di amnistia e non si può parlare di indulto, perché sono “impopolari”. In realtà sono impopolari per la conoscenza, nel senso che sono negati al popolo. E il fondamento della democrazia è proprio la conoscenza, conoscere perché poi si possa deliberare. Ma il nostro Paese, come ho detto, non è una democrazia, non è uno Stato di diritto. E’ una “democrazia reale”, come lo erano i Paesi del socialismo reale.

Published by

Rispondi

Scopri di più da L'UMANITA' - Organo del Partito Socialdemocratico Italiano

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere