Dobbiamo ammetterlo: come dar torto alla popolazione bulgara, già più volte scesa in piazza perché teme fortemente che l’ingresso dell’Euro al posto del Lev possa determinare un consistente aumento dei prezzi e l’impoverimento delle famiglie?

I bulgari – e non solo loro – conoscono bene quanto avvenne in Italia quando, con un cambio sfavorevole avallato dall’allora primo ministro Romano Prodi, i prezzi al consumo praticamente raddoppiarono rispetto alla lira e tali sono rimasti da allora.

«Il tasso di conversione, fissato a luglio scorso a 1,95583 Lev per un euro – osserva Renato d’Andria, per anni segretario del PSDI – desta ovviamente preoccupazioni e non aiuta di certo l’inflazione, che in Bulgaria a settembre è risultata al di sopra del 5,6%, contro il 2% circa dell’eurozona, con un costo della vita in crescita da mesi». «Tuttavia – prosegue d’Andria – pur se gli italiani continuano ancora a rimpiangere quegli accordi internazionali che all’epoca causarono l’impoverimento del ceto medio nel nostro Paese, oggi, a distanza di 25 anni, non sarebbe più possibile per qualsiasi Stato dell’Unione Europea restare fuori dal regime valutario comune, perché ciò comporterebbe effetti negativi di ben più vasta portata».

Lo ha spiegato bene ai bulgari la presidente della BCE, Christine Lagarde, intervenuta sul campo per sedare gli animi degli euroscettici locali: «per le aziende bulgare l’ingresso in Eurozona significherà abbattere i costi di conversione nell’esportazione verso i loro principali clienti europei, le piccole e medie imprese risparmieranno circa un miliardo di lev all’anno, solo in costi di conversione».

Un messaggio, quello di Legarde, rivolto anche a tutte quelle forze euro-scettiche in giro per l’Europa, cominciando da Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Romania, che hanno finora trovato motivi per spostare in avanti la scelta di aderire all’unione monetaria e continuano a rinviare l’ingresso nell’eurozona, nonostante gli obblighi previsti di farlo.

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