
La notizia, riportata da Bloomberg, non è ancora stata ufficialmente confermata ma sta già facendo rumore. Gli Stati Uniti avrebbero chiesto all’Italia di essere membro fondatore della International Stabilization Force for Gaza, il contingente concepito nell’ambito del piano di pace statunitense per monitorare la situazione della sicurezza nell’enclave palestinese. Il dossier sarebbe già sul tavolo di Palazzo Chigi e della Farnesina, che per ora non confermano.
L’invito al nostro governo si inquadra nella Risoluzione numero 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu adottata il 17 novembre 2025, con cui vengono autorizzati gli Stati membri operanti con il Board of Peace ad istituire una “«”temporary International Stabilization Force” a Gaza collegata ad un piano strategico in più fasi: cessate in fuoco, meccanismi di transizione e ricostruzione, demilitarizzazione, creazione di forze locali di sicurezza sottoposte a controlli.
E’ una buona notizia, questa, per l’Italia? Sotto certi aspetti lo è, perché conferma il ruolo di primissimo piano del nostro Paese nelle relazioni con gli USA, i rapporti privilegiati fra la premier Giorgia Meloni e il presidente americano Donald Trump, ma anche la fiducia che oltreoceano si ripone nel nostro governo. Secondo le stesse fonti, qualora accettasse la proposta l’Italia non contribuirebbe con il proprio esercito, ma con l’impegno di addestrare la futura polizia di Gaza, esercitando anche il proprio peso politico con Israele, Paesi arabi e la leadership palestinese.
Restano però diversi nodi da sciogliere. In primi, quelli collegati alle attuali difficoltà per l’Italia di entrare a far parte dello stesso Board of Peace. Come vi abbiamo documentato in un articolo del 22 gennaio su questo giornale, è stata la stessa Giorgia Meloni a spiegare quali sono gli ostacoli. «Per quello che riguarda il Board of Peace – ha detto la premier – ci sono oggettivamente dei problemi su come l’iniziativa è stata configurata, che sono per noi addirittura di carattere costituzionale». Lo statuto del Board, infatti, risulta incompatibile con il nostro ordinamento. «È quello che io ho comunicato al presidente degli Stati Uniti – ha aggiunto Giorgia Meloni – chiedendo anche se ci fosse una disponibilità a riaprire questa configurazione per andare incontro alle necessità, che non sono solamente italiane, ma anche di altri Paesi europei. E credo che noi dovremmo tentare di fare questo lavoro».
Nell’attesa che ciò avvenga, però, sarebbe arrivato l’invito all’Italia raccontato da Bloomberg. Un segnale che, comunque vada a finire questa vicenda, dimostra quanto il nostro Paese sia considerato una Nazione-guida all’interno dell’Unione Europea. E questo non è poco, considerando turbolenze in atto – in primis la guerra dei dazi – tanto da dover indurre anche i più critici avversari del governo ad ammettere che la cautela adottata finora nei confronti degli Stati Uniti stia comunque già dando buoni frutti per l’interesse nazionale. Che è poi, da sempre, la priorità assoluta per l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.
RENATO D’ANDRIA





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