
Ridisegnare una nuova mappa del Vecchio Continente, dove è diventato troppo difficile gestire 27 Nazioni, mentre alcuni Paesi viaggiano col turbo mentre altri restano più indietro. L’idea, che era già circolata una trentina d’anni fa, è stata rilanciata in questi giorni da del ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbeil. Lo scorso 28 gennaio Klingbeil ha invitato ad una conferenza i Paesi del cosiddetto E6, un gruppo ristretto di Nazioni unite da interessi e obiettivi comuni, individuate in Germania, Francia, Polonia, Spagna, Italia e Paesi Bassi. A rispolverare il progetto – ha spiegato Klingbeil – la considerazione che un’Unione composta da 27 Stati membri sia diventata troppo pesante da gestire, con la macchina burocratica appare sempre più ingarbugliata e il requisito dell’unanimità sulle decisioni principali che appare sempre più incompatibile con la velocità dei cambiamenti globali.
Nulla di nuovo, comunque: già alla fine degli anni Ottanta si era iniziato a discutere di un nucleo ristretto di Stati europei ideologicamente affini, poi l’idea non ebbe seguito. Oggi, in un contesto di crisi finanziaria globale e competizione internazionale sempre più dura, il concetto di un’Europa a due velocità torna a farsi strada, con i Paesi più forti intenzionati a procedere più rapidamente rispetto a quelli più fragili.
Quattro i livelli principali in cui di dovrebbe articolare il piano proposto da Klingbeil. Si parte dall’unione su risparmio e investimenti, con la creazione di un fronte comune tra gli Stati più forti per rafforzare i mercati dei capitali europei e permettere alle start-up del continente di competere con quelle nate nella Silicon Valley americana. Il secondo livello punta a rafforzare l’euro, non più solo come moneta di pagamento, ma come vero strumento geopolitico, anche attraverso lo sviluppo di un’infrastruttura europea dei pagamenti, come l’euro digitale, che sia finalmente indipendente dai grandi circuiti internazionali di origine statunitense come Mastercard e Visa. Terzo pilastro è ovviamente quello della difesa: ormai – questa la convinzione dei proponenti – la corsa agli armamenti non viene più considerata soltanto una spesa, ma un settore strategico capace di trainare l’economia europea. Ultimo punto, la sicurezza delle materie prime, con l’obiettivo di difendere le risorse del sottosuolo europeo dalla competizione aggressiva di colossi come Cina e Stati Uniti.
Con la creazione dell’E6 – spiegano i sostenitori dell’E6 – i Paesi più potenti avrebbero la possibilità di perseguire i propri interessi in modo più efficace, senza la zavorra decisionale degli altri 21 membri che spesso rallentano i processi.
Ovvia la levata di scudi da parte delle Nazioni più deboli dal punto di vista economico. Il primo ministro lituano, ad esempio, ha espresso una posizione netta, avvertendo che dividere l’Unione rischia di far svanire progressivamente il senso di unità.





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