
Assume un significato solenne, la celebrazione del 2 giugno di quest’anno. E non soltanto perché sono 80 anni tondi dalla scelta della repubblica fatta dagli italiani col referendum del 2 giugno 1946, o per l’ugualmente significativo voto alle donne per la prima volta. A rendere particolarmente evocative le celebrazioni di quest’anno sono gli ottant’anni di libertà di cui da allora ha potuto godere il nostro Paese e di cui gode ancora oggi, mentre il mondo intero è dilaniato da sanguinosi conflitti, alle porte dell’Europa, così come in Medio Oriente.
In un’Italia china sulle macerie della seconda guerra mondiale, i cittadini si recarono in massa alle urne, assegnando 12 milioni di preferenze, il 54,3% dei voti, alla configurazione repubblicana dello Stato. I risultati vennero diffusi la sera del 10 giugno 1946, ma solo il 18 giugno la Corte di Cassazione confermò il risultato, quando il re Umberto II aveva già lasciato l’Italia.

Quel giorno, scrive il capo dello Stato Sergio Mattarella nella sua lettera ai Prefetti, «il voto del popolo italiano segnò, dopo il ventennio fascista, la tragedia bellica, la lotta di Liberazione, una svolta nella storia del Paese, ponendo le basi per edificare, sulle solide fondamenta della Costituzione, un nuovo patto civile, ispirato ai principi di libertà, uguaglianza e solidarietà, spinto da una intensa sete di pace». Pone l’accento, il Presidente sui volti e sulla passione civile di tanti cittadini, donne e uomini delle istituzioni, che «generosamente, in ottant’anni di vita della Repubblica, nei ruoli e nelle circostanze più diverse, hanno contribuito al suo sviluppo, spendendosi per il bene comune, talora sino all’eroismo e al sacrificio della propria esistenza».
«Una storia – si legge nell’appassionata, immaginifica lettera che il presidente della CEI card. Matteo Zuppi ha rivolto per l’occasione a Mattarella – iniziata con donne e uomini che, dopo la guerra, hanno scelto di ricominciare insieme, portando le differenze nel rispetto della vita democratica. Ricostruire quando tutto sembra distrutto, cercare ciò che unisce in condizioni di profonda divisione e credere nel futuro nonostante il dolore ha richiesto coraggio e fiducia». Per l’arcivescovo di Bologna, «la Repubblica è nata attraversando la sofferenza, riconquistando la libertà e rifiutando ogni forma di fascismo, con una speranza più forte della paura. È nata dal desiderio di non essere più gli uni contro gli altri, ma cittadini insieme, diversi eppure uniti da un destino comune e dal senso del bene comune».
Ma, ora più che mai, lo sguardo di noi tutti e delle istituzioni va rivolto verso il futuro. «Il 2 giugno, per la Chiesa italiana – sollecita Zuppi – non può essere solo memoria: deve diventare promessa. Non basta celebrare ciò che abbiamo ricevuto; occorre rinvigorirlo, preservarlo e mantenerlo vivo, con lo stesso spirito che apre al futuro».
E il futuro del Paese, per Mattarella, dipende anche da quanti sono alla guida dei pubblici uffici che, nell’esercizio del loro mandato, con capacità di ascolto, intelligente lettura delle dinamiche sociali emergenti, sensibilità per le situazioni di disagio e di maggiore fragilità. A loro va il compito di «sostenere la trama del tessuto sociale, intercettare, insieme alla scuola e alle altre agenzie educative, bisogni, domande, aspettative delle giovani generazioni, valorizzandone talenti e potenzialità», perché «dialogo, ascolto, e prossimità sono canoni essenziali per interpretare ogni civica responsabilità orientata alla coesione sociale». Ed è così che «la comunità nazionale, nel fare oggi memoria di quei momenti fondativi, rinnova la sua convinta adesione agli ideali repubblicani, proiettati nell’orizzonte europeo», ha concluso il Capo dello Stato.
Facciamo nostre queste illuminanti parole, con l’impegno di tutti coloro che hanno a cuore la cosa pubblica, come noi socialdemocratici, a portarle avanti con l’esempio concreto, nella propria vita e in quella dell’intera comunità nazionale.
Renato d’Andria





Rispondi